Paura Sul Mondo Distopico fascista: L’Uomo È Forte, Di C. Alvaro

da | 3 Feb 2022 | Libri | 0 commenti

Parlando di mondo distopico spesso pensiamo a 1984 di Orwell del 1948, a Il mondo nuovo di Huxley del 1932 o a Fahrenheit 451 di Bradbury del 1951 (o anche a Pelicula del 2014... beh, io lo faccio!).

Ma nel 1938 appare un romanzo italiano che in pochi conoscono: L'uomo è forte di Corrado Alvaro, una anticipazione orwelliana dai toni kafkiani come è definito nella quarta di copertina dell'edizione Tascabili Bompiani del 1994.

Il Mondo Distopico fascista

Il Mondo Distopico fascista

L'uomo è forte è la vicenda dell'ingegner Roberto Dale che, dopo un lungo soggiorno all’estero rientra in patria, un non ben specificato e misterioso Paese dove tutti hanno nomi italiani e per cui uscirne bisogna dirigersi verso nord.

Quindici anni prima una guerra civile aveva portato a una rivoluzione, culminata con l'instaurazione di un nuovo regime, tuttavia ancora si verificano tafferugli tra Partigiani e Bande: dalla parte del regime i primi, controrivoluzionari gli ultimi.

In questo scenario gli individui sono incoraggiati a vivere per la collettività: il privato è interdetto da un mondo distopico che sfrutta un cupo senso di oppressione per instillare nei cittadini paura, diffidenza, paura e un terribile senso di colpa, portando il popolo a essere tiranno di se stesso.

L'uomo è forte è un'efficace descrizione di come la dittatura opprima anche - e soprattutto - da un punto di vista psicologico.

L’incapace censura fascista

A differenza dei nomi citati all'inizio, Corrado Alvaro è l'unico a scrivere di un mondo distopico con il fiato della dittatura sul collo - quella miserevole fascista - quindi sarebbe doppiamente lodevole: non solo per la descrizione della sua distopia dal punto di vista letterario e artistico, ma anche per l'impegno sociale svolto in prima persona.

I fascisti però non sono particolarmente attenti al romanzo distopico di Alvaro: la censura leggendo le bozze chiese la modifica del titolo originale, che era Paura sul mondo, la soppressione di una ventina di pagine che alla fine si ridussero ad una ventina di righe, come ricorda l'autore che nel dopoguerra le definì senza importanza (Corrado Alvaro, Avvertenza in L'uomo è forte, Bompiani, 1994, p. 6.) e che in seguito non ripristinò mai.

Il colpo di genio fu invece la pretesa di un'avvertenza in cui si doveva precisare che l'idea del romanzo era nata all'autore durante un suo soggiorno nell'URSS, alcuni anni fa, che non si trattava di una farneticazione, dato che Corrado Alvaro era effettivamente stato in Unione Sovietica per conto de La Stampa.

L'incapace censura fascista nel mondo distopico de L'uomo è forte

Nel romanzo non è mai specificato quale fosse il Paese di questo mondo distopico (però...) quindi per il censore era indispensabile che non sorgessero dubbi.

La vile Censura del Mondo Distopico fascista

È poi successo che nel 1940 un'opera distopica come L'uomo è forte ricevette il premio per la classe letteratura dall'Accademia d'Italia, la più fascista delle istituzioni culturali del Paese!

Comunque, per come la vedo io, il riconoscimento maggiore a L'uomo è forte è quello d'esser stato esser bandito dalla Germania nazista e dalla Russia stalinista.

Citazioni da L'uomo è forte

Posizione 69-70

nuovo come una sorta di parodia e palinodia

Posizione 419-422

Le donne fragili e cascanti, sui tacchi troppo alti, preoccupate di piacere e di sembrare tutt’altre da quelle che fossero in realtà, con la bocca truccata da parer voluttuosa sotto la quale si scopriva la linea delle labbra strette e pettegole, gli parvero l’indizio di menzogne accumulate in una vecchia vita senza più scopo.

Posizione 445-447

La scorse sotto la tettoia della stazione, più chiara di tutte le poche persone che si aggiravano sul marciapiede ancora sgombro mentre il treno rallentava e si fermava, appoggiata a un pilastro di ferro. “Com’è seria,” pensò Dale. Ella gli apparve nella stessa confusione del ricordo, il viso offuscato come nel ricordo, quasi che la memoria d’una persona appassisca al modo dei fiori chiusi tra due fogli d’un libro.

Posizione 594-597

“Secondo me lo scrittore potrebbe anche non voler significare nulla, non avere nessuno scopo e non mirare a nessun risultato. Guardi i classici. Quello d’insegnare qualcosa a qualcuno, è un compito meschino, e non da artisti. La civiltà e il progresso oggi offrono tante forme d’insegnamento che l’arte se ne potrebbe ritenere dispensata. L’arte è l’artista stesso.”

Posizione 749-754

“Oh, un giorno uno qualunque, un inquisitore, dice: ‘Arrestatemi quella persona laggiù, come si chiama?’ Quella persona è arrestata e alla fine confessa che effettivamente è colpevole. Ha fatto o pensato qualche cosa di delittuoso, e che non si deve fare.” “Ma se non è vero?” “È sempre vero. Tutti pensiamo cose delittuose.” “E perciò può succedere a tutti…” “A tutti.” “In fondo, la cosa più grave sarà l’attesa di quel momento in cui l’inquisitore dice…” “Precisamente, l’attesa, ecco.”

Posizione 1210-1217

“Quello che noi facciamo,” proseguì Dale, “è un delitto? Non lo sa nessuno. Ma noi ci regoliamo come dei delinquenti. Operiamo come si trattasse di un crimine. E che cosa facciamo noi di tanto nascosto e proibito? Veramente ci potremmo lasciare, e tutto finirebbe; tutti e due saremmo tranquilli. Ma invece agiamo ugualmente, sapendo di compiere qualcosa che non istà bene. Non istà bene perché io vengo dall’estero, ed è pericoloso accostare qualcuno che viene dall’estero. Tu invece lo accosti. Io ti dovrei mandar via, e invece ti cerco. Invece abbiamo bisogno l’uno dell’altro, perché… perché… Tu conosci il perché?” “Forse perché è proibito,” replicò Barbara con uno di quegli accenti sinceri con cui le donne a volte chiariscono le situazioni più imbrogliate, definendo quello che gli uomini, per vanità o per una certa abitudine a truccare le cose, non confessano forse neppure a se stessi.

Posizione 1279-1279

“È un pezzo che io vorrei mangiare con te.” Diceva mangiare come avrebbe detto vivere.

Posizione 1319-1322

Dale si trovò in mezzo alla folla radunata sulla piazza, e vide i pupazzi avanzare in quella calca urlante, rigirarsi, con una indifferenza e uno sprezzo mostruosamente sublime. Le grida parevano gemiti di dolore; le donne strillavano come prese da una voluttà feroce; come su un corpo gigantesco e comune a tutti, gli ondeggiamenti della folla stampavano ripugnanti escrescenze e tumori; da queste escrescenze e da questi tumori vibravano le grida.

Posizione 1335-1340

Gli accadeva come nel tempo in cui, giovinetto, quasi ragazzo, aveva orrore del peccato che portava in sé, in un’età di fede e di religione profonda, il peccato che è in ognuno di noi contro noi stessi, seminato da un demone invisibile: allo stesso modo che allora, in quegli anni lontani, aveva parlato al Signore, umiliandosi in ogni fibra del suo essere, si rivolgeva ora a quest’uomo dal piccolo gesto e gli diceva mentalmente che non voleva mancare in nulla contro di lui. Ma nello stesso tempo, al modo che nei momenti di fede più profonda il diavolo suggerisce le più orribili e sconce bestemmie, egli si sentiva di bestemmiarlo.

Posizione 1355-1361

“Ma è poi vero che siano colpevoli?” chiese la figlia del Direttore che sedeva di fronte a Dale; una giovane con gli occhi senza espressione, e con una certa scabrosità della pelle agli zigomi come fissata in un brivido troppo forte una volta. “Mia cara,” disse il Direttore e congiunse le mani delicate fuori dei polsini inamidati, “non è questione di sapere che siano o non siano veramente colpevoli. Spesso anche l’apparenza della colpevolezza è una colpa. E quando poi l’opinione pubblica s’impadronisce di questi fatti, divengono gravi fatalmente, necessariamente. In questo momento il popolo sa di avere dei nemici nascosti. Capitano di simili giovanotti imprudenti, e l’opinione pubblica si orienta verso di loro. Tu non fai conto dei fenomeni collettivi. Questi elementi che hanno arrestati sono un ammonimento. Servono di esempio.”

Posizione 1463-1464

C’era un grammofono, e al suono dei ballabili ognuno pensò a qualcuno, con un sentimento dolente e inafferrabile. La voce che si levava da quella scatola chiusa descriveva un altro mondo, e la persona che cantava là dentro, seguita dalla musica, diventava un paesaggio.

Posizione 1546-1550

Anche l’Inquisitore, presente dappertutto, di cui ella si era accorta appena aveva avuto un segreto, che cosa voleva? E probabilmente questo individuo, come tanti altri, era irritato che altri esseri avessero qualche cosa per loro, appartenessero a qualcuno, fossero possessori di un oggetto tutto per loro. Ora Barbara era di uno. Questo sentimento era più grande e più importante dell’amore, nella sua condizione presente. Essere di uno solo, riservargli qualcosa di profondo e di incomunicabile agli altri. Staccarsi dagli altri. Avere ripugnanza degli altri. Essere uno. Ecco la colpa. Bisognava essere tutti.

Posizione 1653-1655

“Ma perché avrebbe voluto… Sì, infine, perché avrebbe dovuto uccidermi?” “Senza volerlo deliberatamente, certo. Ma vedere come si può sfiorare la morte. Una morte casuale, senza responsabilità, un incidente qualsiasi. Lei non lo ha mai pensato?”

Posizione 1696-1698

Sopra la fila delle sedie, certe illustrazioni a vivaci colori, in cornice, raffiguravano gente impiccata, fucili irti con le baionette puntati contro un gruppo di condannati, e tutto questo non aveva il più lontano senso macabro: sembrava anzi un trionfo.

Posizione 1714-1718

“Noi,” proseguì l’Inquisitore, “vogliamo che i nostri cittadini siano felici. Devono essere felici per forza.” (Strinse il pugno e digrignò i denti.) “Per forza. Tutto quello che li turba è delittuoso. Essi hanno la verità, la giustizia, la felicità. Essi non hanno misteri. Possono vivere pubblicamente uno di fronte all’altro, senza nascondersi nulla. Non si devono nascondere nulla. Il mondo intero deve essere pulito, senza ombre, senza dubbi, senza segreti, senza veleni di desideri e di nostalgie.

Posizione 2251-2252

Le aveva proposto di non vedersi più; ma non si poteva vivere senza vedersi.

Posizione 2263-2263

Dale pensava che ella vedeva questi oggetti tutti i giorni, e che questi erano i confidenti dei suoi pensieri.

Posizione 2342-2348

Egli ne vede il viso subito, col suo colore fulvo, e tutto vicino e preciso: la sua fronte, i suoi occhi chiari e lontani come il cielo; è seduta presso il tavolino e fuma un poco abbandonata, con le mani in grembo, l’una nell’altra; la sigaretta le vapora tra le dita. Pare che tutto acquisti d’improvviso una ragion d’essere; ella è come i mobili, come tutto ciò che intorno è silenzioso; ma lo guarda coi suoi occhi vivi. Il respiro le gonfia il petto, il suo alone rende temperata ogni cosa all’intorno: dove posa la mano è caldo, è caldo dove ella siede, ella stessa è calda come un focolare rinvenuto in una notte di gelo per una campagna deserta. Ella ride dai suoi occhi come qualcosa di profondo e di inesplorato, come ridono gli occhi degli animali, un riso incosciente e che è nella natura. Egli pensa che se ella non vi fosse, tutto sarebbe deserto intorno.

Posizione 2401-2401

la sua bocca armata di denti, che non può aprirsi senza dare l’idea del sorriso

Posizione 2517-2521

“Sei stata mai educata dai religiosi?” “Che cosa ti salta in testa? I religiosi, i religiosi?” diceva Barbara con una reazione eccessiva, come se avesse la febbre. “Sì, se fossi stata educata dai religiosi, ti accorgeresti che è la stessa cosa. Che quando ti sei messa nell’animo l’idea del peccato non te la levi mai più. Ti sembra sempre che qualcuno ti veda e ti giudichi. Qui è lo stesso. Per noi è lo stesso.”

Posizione 2655-2656

Egli si volse e disse con la rivelazione di un lampo: “Ma tu non puoi amarmi altro che quando sei lontana da me, quando io manco e non ti sono vicino. Tu mi ami come il ricordo, e come la lontananza, e come la nostalgia, e come il desiderio, e come il sogno. Ma vicino mi odii. Lo so.”

Posizione 2702-2704

Dale sarebbe capace di seguitare a vivere sotto lo stesso cielo, nella stessa città. È capace di tutto. È un uomo ostinato, puntiglioso, cieco, che crede di poter fermare con la sua passività la grande macchina che si muove su tutta l’estensione di quella terra, che domina pensieri e sentimenti, che sovrasta le illusioni umane.

Posizione 2735-2742

Rasentando i grandi edifici dove sapeva assiso il potere, si sentiva presa da venerazione; fra poco ella avrebbe partecipato alla potenza. Tra poco sarebbe tornata a casa, e avrebbe potuto mostrare all’occhio occulto che la sorvegliava la sua vita di tutti i giorni, senza paura, senza nulla da nascondere. Tutto sarebbe stato chiaro. Come era possibile che ella non avesse pensato mai prima alla tranquillità che danno queste cose? Che cosa erano le notti piene di spavento, le ore angosciose passate con Dale, quando c’erano nel mondo bei palazzi in cui la gente entrava con aria sicura, e tutto era chiaro, semplice, giusto? Tutto il suo operare occulto le apparve una pazzia, un inganno dell’uomo mai contento di nulla, eternamente sognatore, inseguitore di fantasmi, visionario, dotato di un istinto perenne verso tutto quanto è proibito. Ecco i palazzi, le torri, le colonne, gli archi: costruiti dall’uomo e dal suo anelito mai stanco verso non si sa quale perfezione e verso quale idea assoluta: tutto parlava un linguaggio forte e crudo, lo stesso linguaggio dell’uomo.

Posizione 2920-2922

L’Inquisitore la considerò alquanto, e levando le mani: “Si ricordi che noi ci interessiamo dei colpevoli. In alcuni casi, il delinquente opera ai fini più alti della giustizia, e la sua opera è necessaria alla società quanto l’esempio dei più fedeli e virtuosi cittadini.”

Posizione 2929-2938

“Noi non possiamo arrestare l’ingegnere Dale. Ci è troppo prezioso. Bisogna lasciargli il tempo di compiere la sua opera sino in fondo.” Si fregò le mani. “Noi abbiamo bisogno della sua opera.” Barbara levò gli occhi su quell’uomo. Si rizzò anch’ella e se lo trovò di fronte. “Che cosa c’è ch’io non so?” gli chiese. “Lei sa bene,” affermò l’Inquisitore, “quali siano i propositi di quell’uomo. Quando si è in uno stato di rivolta latente, come siete voi in questo momento, non rimane che arrivare alla fine. Siamo sicuri che forze occulte lavorano contro di noi, ma non faranno che consolidare la nostra opera. Noi aspettiamo il lavoro di queste forze occulte. Il nostro popolo ha bisogno di esempi; ha bisogno di difficoltà. Ha bisogno di trionfare dei suoi nemici.” “Forze occulte? Nemici?” mormorò Barbara col tono e con l’espressione torpida di chi, destato da un sonno in treno, si accorge di aver sorpassato la stazione dove era destinato, e dura fatica a mettere insieme i suoi bagagli le sue idee e le forze per decidersi a scendere.

Posizione 3081-3084

Ansimava un poco, e nei suoi baffi era sospesa qualche goccia d’acqua. Indicò con la mano tesa il fondo della strada dove l’orizzonte lontano balenava di una larga luce rosata, come se indicasse un paese che egli conosceva; le nubi vi si erano accumulate, e sulla prospettiva dei nuovi edifici diritti e uguali, e come disabitati, formavano una enorme cupola antica, come se le nuove forme dell’architettura non fossero arrivate ai fabbricati delle fantasie celesti.

Posizione 3122-3125

“Non ho troppo tempo davanti a me,” disse con un tono più pacato Dale. “Ma, piuttosto, come sapeva lei che io mi trovavo precisamente in quell’angolo di strada?” “Non lo sapevo affatto. Ci sono ore in cui la gente della medesima, diciamo così, mentalità, del medesimo animo insomma, si ritrova. In una città, ogni ora ha le sue uscite, i suoi uomini, la sua folla. È chiaro.”

Posizione 3153-3156

Io penso che allo stesso modo l’universo è percorso di pensieri, sentimenti, volontà. L’umanità dapprincipio non se ne accorgeva. Avvertiva che fenomeni misteriosi legavano gli uomini e i loro pensieri; ma lo avvertiva appena, come un malessere o un fastidio. Ad ogni buon conto, poneva questi fenomeni nel novero dei misteri. L’uomo era troppo sicuro di sé. La scienza, oh, sì, la scienza. Ma a conti fatti, l’uomo conosce meglio i cavalli e gli animali di quanto non conosca se stesso.

Posizione 3191-3192

“Ma questa è pazzia.” “Niente affatto. È la condizione prevalente del nostro mondo attuale.

Posizione 3297-3302

A ognuno è data una parte. Noi non siamo ancora abbastanza obiettivi per renderci conto che ognuno di noi rappresenta una parte, e non può rappresentare che quella. Lei ha mai pensato all’influsso che ha sul destino di un uomo un paio di baffi come i miei o una bella persona come la sua? E per quali cause ci innamoriamo? Un difetto più che un pregio, un vero, piccolo difetto fisico, che ci parla ai sensi, o qualcosa di imperfetto che è in noi decide del nostro destino. Ed è inutile ribellarsi. Noi abbiamo ora degli impresari straordinari che ci inducono a fare quello che noi rappresentiamo fisicamente. Il personaggio è sparito, e noi siamo delle maschere. Ma rappresentiamo una parte come se fossimo dei personaggi. Io e lei in questo momento rappresentiamo la nostra parte, senza volerlo. Proprio senza volerlo. E non possiamo fare altrimenti.

Posizione 3396-3397

Guardando le persone che illuminava la luce rosata dell’autobus, egli intravedeva in ognuna i segni del destino. A che ruolo erano destinati? Ma c’era pure della gente felice, che aveva per parte da adempiere quella di chi guarda, applaude, e grida “A morte!”

Posizione 3513-3515

Di alcuni giorni del suo viaggio egli serbava un ricordo confuso; ma di questo si ricordava: a mano a mano che andava avanti ritrovava come una corrente il movimento verso il Nord, ed era stato sempre più difficile trovare qualche cosa di cui nutrirsi.

Posizione 3521-3522

Camminavano i due uomini perduti nell’immenso creato della pianura, tra il dubbio calore dell’aria, di cui avvertivano la temperatura quanto basta per avvertire la vita.

Posizione 3537-3539

A Dale parve di andare a precipizio con la testa in avanti, rischiando di batterla contro una parete oscura, come se la terra si fosse impennata e si presentasse verticalmente davanti a lui. Poi si sentì adagiare, qualcuno gli staccava il bambino dalle braccia quasi lo sgravassero di un frutto, e un liquido buono, caldo, forte, gli entrava per le labbra.

Posizione 3634-3637

“Certo, sono ridicoli gl’intellettuali, ma non c’è da disprezzarli. Son fatti così. È grave, certo, che abbiano tolto ad essi l’istinto di agire e di difendersi. Ma li hanno allevati a credere che si possa accomodare ogni cosa ragionevolmente, ragionando. È insomma gente che si contenta soltanto di capire, e crede così di risolvere tutto. È troppo poco. È il male di tutto il mondo di oggi: voler capire. Non è vero?”

Posizione 3662-3667

Una brace gli si era posata sulla mano, e non finiva di bruciare, simile a una lucciola. Egli la allontanò con un colpo della mano. Aveva già fatto una scottatura. Gli faceva male, un dolore antico, vecchio come l’uomo. Guardando come la pelle si era aperta sotto quella bruciatura, egli pensò distintamente: “Non farà in tempo a guarire. Prima che si richiuda io non ci sarò più.” Sospirò forte. Questa piaga gli faceva sentire tutto il suo corpo, e glielo avrebbe fatto sentire fino all’ultimo, come se il dolore si fosse aperto questo piccolo varco per avvertirlo di sé.

Posizione 3699-3705

A che serve sapere, e capire? Non serve proprio a niente. Io lo so. Una volta noialtri avemmo un comandante che aveva studiato molto. Era molto istruito, e non sapeva mai che cosa fare; per lui ogni cosa andava bene, e poi ne andava bene un’altra, e un’altra; tutto era lo stesso. Non avrebbe mai saputo prendere una decisione. Tutto quello che succede oggi cosa credi che sia? Perché il mondo sa troppo. Dove volete arrivare? A capire di non capire niente. Sai come finì il nostro comandante? Era coraggioso, freddo, questo sì, perché chi sa riesce a essere freddo. Ha un certo modo suo. Si vede subito. Ma quel comandante aveva paura, indovina di chi? Di noialtri, proprio dei suoi Partigiani. Cercava di parlarci il meno possibile. Perché fa così la gente istruita; ha paura della gente ignorante. E invece bisogna fare tutta una famiglia che si capisca. Quel comandante, se lo vuoi sapere, finì ucciso. Già. Da qualcuno di noi.

Posizione 3788-3789

Mangiava e beveva senza pensare ad altro che a questo, come se compisse un lavoro. Isidoro stappava una bottiglia dopo l’altra. Che cosa ci voleva perché il mondo fosse felice? Niente, proprio niente.

Posizione 3888-3889

La bambina diceva che un ragazzo, l’estate passata, mentre trebbiava, si era trovata una vipera tra le mani, e ne era morto. Il fratello sosteneva che non era morto. Alla fine si conciliarono sulla frase: “Tutti dobbiamo morire.”

Posizione 3959-3960

All’onnipotenza di prima succedette una inanità felice e bisognosa di assistenza.

Un mondo distopico da riscoprire

L'uomo è forte meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato da molti più lettori, specialmente in Italia, e non perché sia un romanzo distopico italiano ambientato in (non si sa dove) Italia, ma perché questo mondo distopico non è un ipotetico futuro distante e nascosto, ma è la nostra storia.

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