Ho sempre associato il Ciclo di Earthsea a draghi maestosi e un mondo di magia e meraviglia; non so per quale motivo, visto anche che direttamente conoscevo solo un paio di copertine… eppure non ci sono andato troppo lontano!

Non molto tempo fa parlavo dei romanzi e racconti che compongono il ciclo di Earthsea, ecco ora la raccolta delle mie sottolineature.

Il mago di Earthsea (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Scritto più di trent’anni fa, Il mago di Earthsea narra le vicende di un bimbo diverso da tutti gli altri, Duny, capace di piegare gli animali alla propria volontà con piccoli, misteriosi incantesimi. Poi, una volta cresciuto, l’hanno chiamato Ged, lo Sparviere: un giovane mago che deve compiere un complesso apprendistato per conoscere meglio i suoi immensi poteri e usarli contro il male.

Citazioni

Pos. 15-16

Il nome che portava da bambino, Duny, gli venne dato da sua madre: e il nome e la vita furono tutto ciò che lei poté dargli, perché morì prima che il piccolo compisse un anno.

Pos. 117-18

la necessità non è sufficiente a liberare il potere: ci dev’essere anche la conoscenza.

Pos. 227

La maestria è pazienza nove volte.

Pos. 234-35

Per udire, bisogna tacere.

Pos. 243-44

Ged si rannicchiava tra gli arbusti sgocciolanti, bagnato e incupito, e si domandava a cosa servisse avere il potere se si era troppo saggi per usarlo,

Pos. 261-62

i lunghi silenzi del mago riempivano la stanza e la mente di Ged, fino a che, qualche volta, gli sembrava di aver dimenticato quale suono avessero le parole;

Pos. 611-12

Accendere una candela è gettare un’ombra…

Pos. 628-29

Non stette a chiedersi per quale motivo Diaspro l’odiasse. Sapeva soltanto per quale motivo lui odiava Diaspro.

Pos. 799-800

La sua voce era calma, ma tutti gli altri ragazzi ammutolirono di colpo perché nel suo tono, come in quello di Diaspro, l’a-crimonia che era tra loro risuonava chiara come acciaio che esce dal fode-ro.

Pos. 1059-61

che siano veramente no-vanta in tutto è una questione che non è mai stata risolta, perché se contate solo le isole che hanno sorgenti d’acqua dolce sono appena settanta, mentre se contate tutte le rocce potete arrivare a più di cento senza aver terminato e poi la marea cambierebbe.

Pos. 1211-12

Voleva procedere velocemente e perciò usava il vento magico, perché temeva ciò che stava dietro di lui più di quanto gli stava davanti.

Pos. 1252

Nessun canto, nessuna leggenda poteva preparare la mente a quella vista.

Pos. 1261-64

Parlava, come Ged, nella Vecchia Favella, che è tuttora la lingua dei draghi. Sebbene l’uso della Vecchia Favella vincoli un uomo alla verità, per i draghi non è così. È la loro lingua, e possono usarla per mentire, distorcendo le parole vere per falsi fini, irretendo l’ascoltatore incauto in un labirinto di parole-specchio, ognuna delle quali riflette la verità e nessuna delle quali conduce a qualcosa.

Pos. 1320

un mago può avere modi sottili di dire la verità e può tenere la verità per sé: ma se dice una cosa, è veramente così.

Pos. 1413-14

Un mago impara presto che ben pochi dei suoi incontri sono casuali,

Pos. 1662

Se il mezzo è stato malvagio, malvagio è anche il fine.

Pos. 1993-94

I vecchi teme-vano Ged: non perché lo credessero uno spirito, e non perché era un mago, ma solo perché era un uomo. Avevano dimenticato che c’erano altri, al mondo.

Pos. 2117-19

Ged trascorse tre giorni in quel villaggio della Mano Occidentale, recu-perando le forze e preparando una barca costruita non già d’incantesimi e di relitti ma di solido legno ben fissato con cavicchi e calafatato, con un albero robusto e una vela, che lui avrebbe potuto governare facilmente, dormendo quand’era necessario.

Pos. 2228-29

— I maghi non s’incontrano per caso, ragazzo mio — replicò Veccia. —

Pos. 2267

forse i draghi sanno ciò di cui i maghi si limitano a discutere.

Pos. 2326

— Per ogni parola da pronunciare — rispose lentamente Ged, — dev’esserci silenzio. Prima o dopo.

Pos. 2514-15

Ged ritrasse i remi negli scalmi: e quel rumore fu terribile, perché non c’erano altri suoni.

Pos. 2522-23

Non c’erano direzioni, lì: né nord né sud né est né ovest, voltanto verso e via da.

Le tombe di Atuan (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Nel mondo incantato di Earthsea, fatto di isole, arcipelaghi e sconfinate distese d’acqua, il giovane Mago Ged prosegue il lungo e avventuroso viaggio che gli ha permesso di conquistare poteri sempre maggiori e di lottare vittoriosamente contro l’Ombra. Il compito che ora lo aspetta è la conquista dell’anello spezzato di Erreth-Akbe, nel lontano deserto di Atuan. Ed è là che incontra Tenar, un’adolescente strappata alla famiglia quando era ancora bambina, per essere consacrata sacerdotessa delle Forze della Terra e custodire le Tombe che celano l’anello, finché Ged non decide di portarla via dall’oscuro labirinto della magia e liberare Tenar dalle tenebre.

Citazioni

Pos. 12-14

— Perché ti sei affezionata tanto alla piccola? Verranno a prenderla il mese prossimo. Per sempre. Tanto varrebbe seppellirla e non pensarci più. A cosa serve aggrapparti così a qualcuno che tanto dovrai perdere? Lei non vale nulla, per noi. Se ce la pagassero, quando la porteranno via, sarebbe già qualcosa; ma non ci pagheranno. La porteranno via e tutto finirà lì.

Pos. 39-41

Il trono era nero, con un luccichio smorzato di pietre preziose o d’oro sui braccioli e sullo schienale, ed era enorme. Se vi si fosse seduto un uomo, sarebbe sembrato uno gnomo: non era fatto a misura umana. Era vuoto. Su quel trono stavano soltanto le ombre.

Pos. 73

La melodia era di tre note soltanto, e la parola che veniva ripetuta di continuo era così antica da aver perso ogni significato,

Pos. 190-92

All’interno dell’anello di quel muro, parecchie pietre nere, alte sei o sette braccia, si ergevano spuntando come dita dalla terra. Appena l’occhio le scorgeva, continuava a ritornarvi. Erano cariche di significato, eppure era impossibile dire cosa significassero.

Pos. 535-38

— Se lo preferirei? Ma certo! Preferirei sposare un porcaio e vivere in un fosso. Preferirei qualunque cosa piuttosto di vivere qui tutti i miei giorni in mezzo a un branco di donne, in un vecchio deserto dove non viene mai nessuno! Ma è inutile pensarci, perché ormai sono stata consacrata ed è fatta. Ma spero che nella mia prossima vita sarò una danzatrice di Awabath! Perché me lo sarò meritato.

Pos. 544-46

Dovrei provare tanta reverenza per il re-dio? Dopotutto è soltanto un uomo, anche se vive ad Awabath in un palazzo dai tetti d’oro e con una circonferenza di dieci miglia. Ha quasi cinquant’anni ed è calvo. Basta guardare le statue. E scom-metto che deve tagliarsi le unghie dei piedi, come tutti gli altri uomini. So benissimo che è anche un dio. Ma io penso che sarà molto più dio quando sarà morto.

Pos. 639-41

Quando aspirava i fumi drogati per danzate al novilunio, la sua mente diventava leggera leggera e il suo corpo non le apparteneva più; e allora danzava nei secoli, scalza nelle vesti nere, e sapeva che la danza non si era mai interrotta.

Pos. 741-42

del resto, le mosche hanno forse bisogno di regole che dicano loro di non entrare in una ragnatela?

Pos. 1156

L’uomo nel labirinto divorava quelle ma-gre porzioni di pane e formaggio e fagioli, come un rospo divora una mo-sca:

Pos. 1202-8

Infine rialzò la faccia e parlò, in tono molto serio. — Ascolta, Arha. Io sono un mago: quello che voi chiamate incantatore. Possiedo certe arti e certi poteri. Questo è vero. È anche vero che qui, nel luogo delle Antiche Potenze, la mia forza è scarsa e le mie arti non mi soccorrono. Potrei ope-rarti illusioni e mostrarti prodigi di ogni genere. Ma è la parte meno importante della magia. Sapevo operare illusioni già quand’ero bambino: posso farlo perfino qui. Ma se tu vi crederai, ti spaventeranno; e forse vorrai uccidermi, se la paura susciterà in te la collera. E se non vi crederai, le vedrai soltanto quali menzogne e inganni, come tu dici; e perciò perderei ugualmente la vita. E il mio scopo, il mio desiderio, in questo momento, è di rimanere vivo.

Pos. 1473-77

La terra è bellissima, e luminosa, e mite, ma non è tutto. La terra è anche terribile, e tenebrosa, e crudele. Il coniglio grida, morendo nei prati verdi. Le montagne contraggono le grandi mani piene di fuoco nascosto. Ci sono squali nel mare, e c’è crudeltà negli occhi degli uomini. E dove gli uomini venerano queste cose e si prosternano davanti a loro, là scaturisce il male: si creano nel mondo luoghi dove si addensa la tenebra, luoghi consegnati completamente a coloro che noi chiamiamo Senza Nome, le antiche e sacre Potenze della Terra prima che venisse la Luce, le potenze della tenebra, della rovina, della follia…

Pos. 1550

I draghi ci giudicano divertenti. Ma ricordano Erreth-Akbe: parlano di lui come se fosse stato un drago, non un uomo.

Pos. 1640-41

Non lanciò neppure un grido, mentre precipitava. Neppure un suono salì dal nero abisso, neppure il suono del corpo che toccava il fondo, il suono della sua morte, nulla.

Pos. 1812-14

Si fermarono in un boschetto, dove le frementi foglie dorate pendevano ancora dai rami degli alberi. Ged le disse che erano abeti; lei non conosceva altri alberi che i ginepri, e i pioppi malaticci alle sorgenti del fiume, e i quaranta meli nel frutteto del Luogo.

Pos. 1941-42

Si piegò, e con un gesto fulmineo gli sfilò dalla cintura il pugnaletto d’acciaio che gli aveva dato. Ged non si mosse, come una statua derubata.

La spiaggia più lontana (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Uno strano, inspiegabile malessere si sta diffondendo in tutta Earthsea. La magia sta perdendo il suo potere, le canzoni vengono dimenticate, esseri umani e animali si ammalano o impazziscono. Il mago Ged, accompagnato da Arren (il giovane principe di Enlad) parte dall’isola di Roke per trovare la causa di tutto ciò. Dopo un viaggio irto di ostacoli, si spostano alla fine della terra e oltre, nella terra dei morti. Laggiù dovranno affrontare e sconfiggere il mago Pannocchia, che aveva aperto un varco tra i due mondi nel tentativo di ingannare la morte e vivere per sempre. Per chiudere questo varco, Ged sacrifica tutti i suoi poteri magici. Quando ritornano nel mondo dei vivi, Arren si rende conto che ha adempiuto alla profezia dell’ultimo re di Earthsea, pronunciata molti secoli prima: “Ad ereditare il mio trono sarà colui che avrà attraversato la terra oscura vivo giungendo all’estrema sponda dei giorni”. In seguito il regno si era diviso in piccoli principati e domini, spesso in guerra tra loro. Ora, invece, possono essere riunificati.

Citazioni

Pos. 105-6

Non si può rifiutare a cuor leggero l’offerta di uno spirito generoso.

Pos. 118-20

Un messaggero gentile per un triste annuncio — disse, a mezza voce, quasi parlasse alla fontana. La fontana non l’ascoltò, e continuò a parlare con la sua lingua argentea

Pos. 132-36

In qualche luogo, a ovest della Grande Casa di Roke e spesso un po’ a sud, si vede di solito il Bosco Immanente. Non appare sulle mappe e non c’è modo di penetrarvi, se non per coloro che ne conoscono il modo e la strada. Ma anche i novizi e i contadini e gli abitanti delle città possono vederlo, sempre da una certa distanza: un bosco d’alberi molto alti, le cui foglie hanno una sfumatura dorata nel loro verdeggiare, perfino in primavera. E tutti – i novizi, i contadini, gli abitanti delle città – pensano che il Bosco si muova in modo enigmatico e sconcertante. Ma s’ingannano, perché il Bosco non si muove. Le sue radici sono le radici dell’essere. È tutto il resto, a muoversi.

Pos. 164-67

— Cosa stai osservando? — chiese l’arcimago, e l’altro gli rispose: — Un ragno. Tra due alti fili d’erba, nella radura, un ragno aveva intessuto una ragnatela, un cerchio delicatamente sospeso. Gli argentei fili riflettevano la luce del sole. Al centro attendeva il tessitore, una cosettina nero-grigia non più grande di una pupilla. — Anche quello è un maestro di schemi

Pos. 186-87

sotto il suo albero l’arcimago Ged, che conosceva tutti i nomi dell’erba moli, ritrasse il pensiero; e, tese più comodamente le gambe e tenendo chiusi gli occhi, poco dopo si addormentò nella luce del sole maculata dal fogliame.

Pos. 217-20

— Ma com’è possibile che un capraio diventi arcimago? — Come può diventarlo un principe! Venendo a Roke e superando tutti i Maestri, rubando l’anello di Atuan, navigando nello Stretto dei Draghi, di-mostrandosi il mago più grande che sia mai vissuto dopo Erreth-Akbe… E come, se no?

Pos. 230-31

— Se potessi parlare ai draghi nella loro lingua — disse Arren, — non mi preoccuperei del mio accento.

Pos. 368-81

— L’arcimago guardò Arren. — Ieri mi hai offerto i tuoi servigi. Questa notte il Maestro degli Schemi ha detto: «Nessun uomo giunge per caso sulle spiagge di Roke. Non è un caso se un figlio di Morred è il latore di questa notizia». E non ci ha detto altro, per tutta la notte. Perciò io ti domando, Arren: vuoi venire con me? — Sì, mio signore — rispose Arren, con la gola arida. — Il principe tuo padre, senza dubbio, non vorrebbe che ti avventurassi tra i pericoli — osservò il Maestro delle Metamorfosi, in tono piuttosto brusco; e quindi, rivolgendosi all’arcimago, aggiunse: — Il ragazzo è troppo giovane, e non è stato istruito nella magia. — Io ho abbastanza anni e incantesimi da bastare per entrambi — disse Sparviero, in tono asciutto. — Arren, cosa ne penserebbe tuo padre? — Mi lascerebbe andare. — Come puoi saperlo? — chiese l’Evocatore. Arren non sapeva dove gli veniva chiesto di andare, né quando, né perché. Era frastornato e intimidito da quegli uomini seri, onesti, terribili. Ma non aveva avuto il tempo di riflettere, e l’arcimago gli aveva chiesto «Vuoi venire con me?». — Quando mio padre mi ha mandato qui, mi ha detto: «Temo che per il mondo stia arrivando un tempo oscuro, un tempo di pericolo. Perciò invio te, anziché un altro messaggero, perché tu potrai giudicare se dobbiamo chiedere l’aiuto dell’isola dei Saggi, o se dobbiamo offrire loro l’aiuto di Enlad». Quindi, se c’è bisogno di me, io sono qui. E allora vide l’arcimago sorridere. C’era una grande dolcezza in quel sorriso, sebbene fosse breve. — Capite? — chiese ai sette maghi. — L’età e la magia potrebbero forse aggiungere qualcosa?

Pos. 529-30

Come poteva un uomo come quello, si chiese Arren, avere dubbi su chi era e cos’era? Aveva pensato che dubbi simili fossero riservati ai giovani che ancora non avevano fatto nulla.

Pos. 653-56

Ma erano soltanto trucchi. È facile ingannare gli uomini. Sono come i polli affascinati da un serpente, o da un dito tenuto fisso davanti a loro. Gli uomini sono come polli. Ma alla fine capiscono di essere stati raggirati e ingannati: allora si arrabbiano, e non trovano più piacere in queste cose. Perciò mi sono data a questo commercio, e forse non tutte le sete sono sete e non tutte le lane sono di Gont, ma ad ogni mo-do si consumeranno: si consumeranno!

Pos. 701-3

L’angolo in cui si era in-cuneato era formato da due statue gigantesche che fiancheggiavano un portone, telamoni col collo piegato sotto il peso dell’architrave, col corpo mu-scoloso che emergeva solo in parte dal muro, come se avessero tentato di liberarsi dalla pietra per prendere vita e avessero fallito a metà del tentativo.

Pos. 780-82

La città non aveva più un centro. La gente, nonostante la sua attività ir-requieta, sembrava priva di scopo. Gli artigiani, a quanto pareva, non avevano voglia di lavorare bene; perfino i ladri rubavano soltanto perché era l’unica cosa che sapevano fare.

Pos. 938-40

— Io non punisco — disse la voce chiara e dura, fredda come la fredda luce incantata nella nebbia. — Ma in nome della giustizia, Egre, io mi as-sumo questa responsabilità: comando alla tua voce di tacere fino al giorno in cui troverai una parola degna di essere pronunciata.

Pos. 1001-2

Lui non è una guida: è sempre stato perduto. Nonostante la sua arte magica, non ha mai visto la via davanti a sé: vedeva solo se stesso.

Pos. 1006-24

— Non posso dormire, mio signore. Mi sto chiedendo perché non hai li-berato gli altri schiavi. — L’ho fatto. Non ho lasciato nessuno incatenato, a bordo di quella na-ve. — Ma gli uomini di Egre erano armati. Se avessi incatenato loro… — Sì, se li avessi incatenati? Erano soltanto sei. I rematori erano schiavi alla catena, come te. A quest’ora Egre e i suoi uomini possono essere morti, o incatenati dagli altri per finire venduti come schiavi: ma li ho lasciati liberi di combattere o di mercanteggiare. Io non faccio schiavi. — Ma sapevi che erano uomini malvagi… — E perciò dovevo comportarmi come loro? Lasciare che le loro azioni condizionassero le mie? Non sarò io a scegliere per loro, e non permetterò che scelgano per me! Arren rimase in silenzio, riflettendo su quelle parole. Dopo un po’, il mago disse, con voce lieve: — Vedi, Arren: contrariamente a quanto pensano i giovani, un’azione non è un sasso che si raccoglie e si scaglia e che colpisce il bersaglio o lo manca e tutto finisce lì. Quando quel sasso viene sollevato, la terra è più leggera; la mano che lo stringe è più pesante. Quando viene lanciato, i circuiti delle stelle reagiscono, e dove colpisce o cade, l’universo cambia. Da ogni azione dipende l’equilibrio del tutto. I venti e i mari, le potenze dell’acqua e della terra e della luce, tutto ciò che loro fanno e tutto ciò che fanno le bestie e le piante, è ben fatto, e fatto giu-stamente. Tutti agiscono nell’ambito dell’Equilibrio. Dall’uragano, dall’immersione di una grande balena, fino alla caduta di una foglia secca e al volo di un moscerino, tutto ciò che viene fatto viene fatto nell’ambito dell’equilibrio del tutto. Ma noi, poiché abbiamo potere sul mondo e l’uno sull’altro, dobbiamo imparare a fare ciò che la foglia e la balena e il vento fanno per loro natura. Dobbiamo imparare a mantenere l’equilibrio. Poiché abbiamo l’intelligenza, non dobbiamo agire nell’ignoranza. Poiché possiamo scegliere, non possiamo agire senza responsabilità. Chi sono io, anche se ho il potere di farlo, per punire e ricompensare, giocando col destino degli uomini? — Ma allora — disse il ragazzo, guardando le stelle con la fronte ag-grondata, — l’equilibrio si conserva non facendo nulla? Senza dubbio, un uomo deve agire, anche se non conosce tutte le conseguenze del suo atto, se si deve fare qualcosa.

Pos. 1072-75

Arren chiese: — Cosa cerchiamo, a Lorbanery? — Quello che cerchiamo — rispose Sparviero. — A Enlad — disse Arren, dopo un po’, — si racconta la storia di un bambino che aveva per maestro di scuola un sasso. — Sì?… E cos’aveva imparato? — A non fare domande.

Pos. 1090-91

la disciplina è il canale in cui le nostre azioni scorrono forti e profonde; là dove non c’è direzione, gli atti degli uomini sono superficiali, e vagano e si sprecano.

Pos. 1205-8

tutti, tranne il sindaco, erano d’accordo nel riconoscere che le famose tinte azzurre di Lorbanery e l’impareggiabile cremisi, il «fuoco di drago» portato molto tempo prima dalle regine di Havnor, adesso non erano più quelli di un tempo. Avevano perso qualcosa. La colpa era delle piogge intempestive, o delle terre delle tinte, o dei raffinatori. — Oppure degli occhi degli uomini — disse l’uomo magro, — che non saprebbero distinguere il vero azzurro dal fango blu.

Pos. 1228-29

— Non si canta più come si deve — disse, irritato. — È colpa dei giovani, che cambiano sempre il modo di fare le cose e non imparano le vecchie canzoni.

Pos. 1249-51

Sparviero cominciò a cercare con impegno le pietre emmel. Sebbene nessuno, tra gli abitanti del villaggio, sapesse cos’era la pietra emmel, tutti avevano teorie in proposito, e litigavano; e lui ascoltava, anche se in realtà cercava ben altre notizie che quelle sulla pietra emmel.

Pos. 1443

lì avanzare significava procedere in cerchio e ritornare sulle proprie tracce.

Pos. 1453-55

Perché sono venuto con lui? Perché mi ha condotto con sé? Perché è la mia strada, dice: ma questi sono discorsi da mago, che fanno sembrare le cose più grandi con grandi parole. Ma il significato delle parole è sempre altrove.

Pos. 1467-69

Adesso parlò, con voce rauca: — Stiamo andando verso occidente? Aveva il tramonto proprio in faccia; ma Sparviero, paziente anche di fronte alle sue domande più stupide, annuì.

Pos. 1491-94

Mentre navigavano verso occidente, un giorno dopo l’altro, il tepore della primavera meridionale si stendeva sulle acque, e il cielo era sereno. Tuttavia, ad Arren sembrava che la luce fosse offuscata, come se scendesse obliqua attraverso un vetro. Il mare era tiepido, quando s’immergeva per nuotare, e gli dava scarso ristoro. I viveri salati non avevano sapore. Non c’era nulla di fresco e di vivido tranne la notte, quando le stelle ardevano con uno splendore più intenso di quanto lui avesse mai visto.

Pos. 1551-53

allora, tutte quelle idee sembravano completamente assurde. Guardava il suo compagno e vedeva quel volto duro, aspro, paziente e pensava: questo è il mio signore e amico. E gli pareva incredibile di aver dubitato. Ma poco dopo dubitava ancora,

Pos. 1641

mentre beveva avidamente chiuse gli occhi e scivolò di nuovo nel sonno, che era la sua sete più grande.

Pos. 1852-53

Ascoltami, Arren. Tu morirai. Non vivrai in eterno. Nessun uomo, nessuna cosa vivrà in eterno. Non c’è nulla d’immortale. Ma solo a noi è dato sapere che dobbiamo morire. Ed è un grande dono: il dono dell’io.

Pos. 2121-23

Per gli uomini del nord, come Arren di Enlad e Sparviero di Gont, la nebbia era gradita, come una vecchia amica. Cingeva dolcemente la barca, e loro non potevano vedere lontano; e per lo-ro era come trovarsi in una stanza nota, dopo molte settimane di spazio luminoso e deserto e di vento fortissimo.

Pos. 2174-76

forse ancora adesso ci sono incantesimi che potrebbero raggiungerlo: alcuni di quelli che sono contenuti nella tradizione di Paln. — Ma sono incantesimi che servono a riportare i morti tra i vivi. — Alcuni portano i vivi tra i morti.

Pos. 2230-33

Arren vide i draghi che volavano in cerchio e planavano sul vento mattutino, e il cuore gli balzò di gioia, la gioia dell’esaudimento che quasi sembrava sofferenza. Tutta la gloria della mortalità era nel loro volo. La loro bellezza era fatta di forza terribile, scatenata e selvaggia, e dell’eleganza della ragione. Perché erano creature pensanti, dotate di eloquio e di un’antica saggezza: nelle trame del loro volo c’era una fiera e voluta concordia.

Pos. 2254

Non ho mai incontrato un drago che non parlasse prima di attaccare, se non altro per tormentare la sua preda…

Pos. 2382

Non esiste un regno che uguagli le foreste.

Pos. 2668-69

Una voce nell’oscurità disse: — Vi siete spinti troppo lontano. Arren replicò: — Solo troppo lontano è lontano abbastanza.

Pos. 2748-49

Il cieco restò immoto e muto.

Pos. 2830-31

La resistenza può durare più a lungo della speranza.

Pos. 2910-13 | Aggiunta il mercoledì 24 agosto 16 20:33:59 GMT+01:59
davanti a lui c’era la grande zampa unghiuta, a un passo; e sopra la zampa, l’incavo della giuntura del gomito; e più sopra, la spalla sporgente e la muscolatura dell’ala che spuntava dalla scapola: quattro gradini, una scala. E davanti alle ali e alla prima spina di ferro della cresta dorsale, nella cavità del collo c’era un punto dove poteva sedere a cavalcioni un uomo, o due uomini… se erano impazziti, disperati e disposti a qualunque follia.

L’isola del drago (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Earthsea, il mondo dei grandi arcipelaghi e degli immensi oceani, l’universo lontano dove la magia è ancora potente, la terra misteriosa e labirintica dove uomini e draghi hanno convissuto e dove il leggendario Ged evocò e sconfisse le forze delle Tenebre… In una delle cento isole di Earthsea vive Tenar: un tempo bambina rapita e consacrata alle potenze tenebrose della terra, poi inaccessibile sacerdotessa delle Tombe di Atuan e ora sposa felice e immemore del suo destino di maga. Il futuro della sua terra, sospeso tra il baratro del Male e la prosperità del regno del giovane re di Gont, reclama il suo coraggio e i suoi poteri occulti. Contro la maledizione che le forze delle Tenebre hanno lanciato su Earthsea solo Tenar può lottare confidando nella vittoria, perché per lei il tempo e la saggezza dei maghi hanno serbato un Segreto che solo una giovane maga predestinata può comprendere.

Citazioni

Pos. 21-23

Scendeva già la sera, ma lei non aveva acceso la lampada, perché le indugiava ancora nella mente l’immagine del marito intento a compiere quell’operazione: il movimento delle mani, la scintilla, la sua espressione concentrata e attenta, che si rivelava a mano a mano che la fiamma attecchiva.

Pos. 39-40

Io mi ero accorta a mala pena che ci fosse con loro una bambina, uno scricciolo di piccolina che correva subito a nascondersi, e non eri mai sicura di averla vista davvero.

Pos. 156

niente può essere senza divenire.

Pos. 341-43

Zia Muschio era una donna severa, non sposata, al pari di molte altre streghe, e poco amante del sapone, con i capelli grigi le-gati in bizzarri nodi portafortuna, e gli occhi sempre rossi a causa del fumo delle sue erbe.

Pos. 668

Quando c’è da rovinare qualcosa puoi sempre contare sulle capre,

Pos. 683-84

Da bambina, ad Atuan, Tenar aveva appreso l’arte di imparare. E da forestiera, a Gont, aveva scoperto che alla gente piaceva insegnare.

Pos. 699-707

«Come fai a sapere, allora, che un uomo non è un mago?» «Lo so perché non c’è», rispose Muschio. «Non c’è il dono, cara. Non c’è il Potere. Ascolta. Se ho gli occhi posso vedere che anche tu li hai, vero? E se sei cieca, me ne accorgo. E anche se hai un occhio solo, come la povera piccola, o se ne hai tre, io li vedo, no? Ma se non ho neppure un occhio per vedere, non saprò mai che hai gli occhi, finché tu stessa non me lo dirai. Se invece li ho, li vedo da sola. È il terzo occhio!» Si toccò la fronte e fece una risata forte e chioccia, come il verso della gallina che annuncia trion-falmente di avere fatto l’uovo. Era contenta di avere trovato le parole esatte con cui esprimere il suo pensiero. Tenar cominciava a sospettare che quel modo di parlare oscuro e spesso astruso fosse semplicemente dovuto alla scarsità di parole e di idee. Nessuno le aveva mai insegnato a pensare in modo rigoroso. Nessuno aveva mai ascoltato quello che aveva da dire. Quel che ci si aspettava da lei, quel che si voleva da lei, era vaghezza, mi-stero, formulette, rituali. Zia Muschio era una strega di paese. Non aveva niente a che vedere con i significati chiari.

Pos. 762-64

io non avevo mai visto un uomo: quando ho visto il primo, ero già donna fatta. Ho visto solo altre donne. Eppure non sapevo che cosa fossero le donne, perché conoscevo solo quelle. Come gli uomini che vivono solo con altri uomini, i marinai e i soldati, e i maghi di Roke… possono dire di sapere veramente che cos’è un uomo? No, secondo me, perché non parlano mai con una donna.»

Pos. 785-87

Tuttavia, con pazienza, riuscì a dargli qualche cucchiaio del suo brodo di carne e verdura. «Adesso vedremo», disse. «Ma è troppo tardi, secondo me. Sta scivolando via.» Lo disse senza rimpianto, forse con soddisfazione. Quell’uomo non era niente per lei; un morto, invece, era un avvenimento.

Pos. 858-63

Lavò i piatti mentre Tenar riponeva le pietanze. Il suo affaccendarsi incuriosì la donna che mentalmente lo stava paragonando a Selce; ma Selce non aveva mai lavato un piatto in tutta la sua vita. Lavoro da donne. Però tanto Ogion quanto Ged erano vissuti lì, scapoli, senza donne; e Ged, anche negli altri luoghi dove era vissuto, non aveva mai avuto donne con sé. Perciò faceva un «lavoro da donna», senza porsi il problema. E sarebbe stato un peccato, pensò, se se lo fosse posto, se avesse cominciato a temere che la sua dignità fosse affidata a un canovaccio per asciugare i piatti.

Pos. 976-81

«Rimani tu, in casa?» gli chiese, quando fu più vicino. «Therru si è addormentata. Volevo andare a fare due passi.» «Sì, va’ pure», rispose lui, e lei si allontanò, riflettendo sull’indifferenza degli uomini nei riguardi delle esigenze delle donne: che doveva sempre rimanere qualcuno vicino a un bambino che dormiva, che la libertà di uno comportava la schiavitù di un altro… a meno che non si raggiungesse un equilibrio mobile e in continua evoluzione, come quando si cammina e si muove prima una gamba poi l’altra, praticando quella straordinaria arte che è la deambulazione…

Pos. 1118-19

Il mago non ne voleva, diceva che erano troppo rumorosi e stupidi, ma che casa è, senza qualche gallina che va e viene?»

Pos. 1127-31

Quello di osservare le navi era un tradizionale passatempo di Re Albi. In genere c’era sempre almeno una coppia di vecchi seduta sulla panca dietro la bottega del fabbro, da cui si godeva la vista migliore, e anche se probabilmente, in tutta la loro vita, non avevano mai percorso le quindici miglia di curve e controcurve che portavano al Porto, guardavano l’arrivo e la partenza delle navi come se fosse uno spettacolo strano e insieme familiare, organizzato a loro esclusivo beneficio.

Pos. 1141-43

Per quanto ne sapeva Tenar, suo figlio poteva benissimo essersi imbarcato su una nave pirata, e comunque stare più al sicuro su quella che su un normale mercantile. Meglio essere squalo che aringa, si diceva.

Pos. 1143-44

«C’è sempre qualcuno che non è contento, qualunque cosa succeda»,

Pos. 1179-81

«Ma di che cosa hai paura?» chiese Tenar, non con ira, ma con l’autorevolezza della ragione. Lui si passò le mani sul viso, strofinando le tempie e la fronte, e abbassò lo sguardo. «Ero…» mormorò. «Non sono…»

Pos. 1224-25

non riuscì a comprendere la vergogna di Ged, il tormento della sua umiliazione. Forse solo un uomo poteva provarli. Una donna era abituata alle umiliazioni.

Pos. 1644-46

E se vi opporrete a me, od oserete parlarmi ancora, vi farò cacciare da Re Albi, sguinzaglierò i cani e vi farò buttare giù dal Grande Precipizio. Mi avete capito?» «No», disse Tenar. «Gli uomini come voi non li ho mai capiti.» Si voltò e fece per allontanarsi.

Pos. 1650-52

Due degli uomini di Havnor mettevano piede in quel momento sulla strada. Arrivavano dal frutteto, dietro le spalle di Pioppo, e guardavano il mago e Tenar con aria di blanda superiorità, come se rimpiangessero di dover impedire a un mago di scagliare una maledizione contro una vedova di mezza età, ma, insomma, certe cose non si fanno.

Pos. 1660-63

Lei non sapeva se il mago fosse già a conoscenza che era Tenar dell’Anello. Comunque, non aveva importanza. Non avrebbe potuto odiarla più di quanto non la odiasse già. La sua colpa era quella di essere una donna: la colpa più grave che potesse esserci, una colpa da cui non poteva esserci riscatto; contro una simile colpa, nessuna punizione poteva essere sufficiente.

Pos. 1699-1700

Mentre il vecchio signore, «che ha cent’anni, forse più che meno», spiegò Muschio – la strega non aveva paura dei numeri, né alcun rispetto per loro -, ebbene, il vecchio signore era rifiorito,

Pos. 1809-11

La sola altra città che conosceva era Valmouth, dove abitava sua figlia: un piccolo porto sonnolento, dove l’arrivo di una nave dalle Andrades costituiva un grande avvenimento, e la maggior parte delle conversazioni degli abitanti aveva per oggetto il pesce secco.

Pos. 1974-76

Si sentì come si era sentita a Havnor da ragazza: una donna barbara, roz-za, in mezzo a tanta raffinatezza. Ma poiché non era più una ragazza, non si lasciò intimidire; solo, si meravigliò per come gli uomini riuscissero a trasformare il mondo in una sorta di ballo in maschera, e della facilità con cui una donna riusciva a imparare a ballarlo.

Pos. 2007-8

Allora mi resi conto di quale sarebbe stato il nostro futuro. Pensai: o prima dei sedici anni sa-rà affogato, o sarà Arcimago prima dei quaranta… Almeno, mi piace cre-dere di averlo pensato.»

Pos. 2026-27

Si servono delle differenze tra loro, come ho visto fare altre volte, per rendere più salda la loro decisione.

Pos. 2081-82

non aveva sentito le parole di Tenar. Del resto, come si poteva pretenderlo, da un uomo che non aveva più ascoltato alcuna voce di donna, da quando la madre aveva smesso di cantargli la ninna-nanna?

Pos. 2093-94

la nave del re entrò in porto lentamente, come un cigno in mezzo agli anatroccoli, salutata da ogni barca accanto a cui passava.

Pos. 2159-62

«Comunque, qui in città nessuno ha più visto i genitori, se si possono ancora chiamare così. Ma se sono ancora da queste parti, non mi fiderei a stare da sola alla fattoria.» È bello trovare un atteggiamento materno nella propria figlia, e comportarsi come se la figlia fossimo noi. Perciò Tenar disse, alzando le spalle: «Oh, starò benissimo!»

Pos. 2244

«Tu, va’ per la tua strada; io vado per la mia», le diceva la strega, in tutti i modi tranne che a parole;

Pos. 2318-19

Come tanta gente, Tiff credeva che una persona fosse quello che le succedeva. I ricchi e i forti possedevano delle virtù; una persona, invece, cui era stato fatto un torto doveva essere cattiva, e poteva giustamente essere punita.

Pos. 2498-99

«Sì, faceva freddo.» Tese le mani in direzione del fuoco, come se il pensiero del freddo gliele avesse raggelate di nuovo.

Pos. 2726-27

Il loro mondo era assolutamente silenzioso, a parte il bisbiglio del fuoco. Il silenzio era come una creatura viva, tra loro.

Pos. 2739-40

«Adesso sei davvero un uomo», continuò Tenar. «Prima hai riempito di buchi un tizio, e poi sei stato con una donna. Mi sembra una successione giusta.»

Pos. 2847-49

I maghi di Roke sono uomini; il loro Potere è quello degli uomini, la lo-ro conoscenza è quella degli uomini. Magia e mascolinità sono costruiti sulla stessa pietra, ossia il Potere appartiene agli uomini. Se le donne avessero il Potere, gli uomini sarebbero solo delle donne che non possono mettere al mondo i figli.

Pos. 2962-65

Lo fissò. «Intendi rimanere, allora?» «Potrei farlo.» Anche Selce, per vent’anni, aveva risposto alle sue domande allo stesso modo: le aveva negato il diritto di rivolgergliele, con il sistema di non rispondere mai né sì né no; aveva conservato una libertà fondata sulla sua ignoranza; una libertà miserabile, angusta, pensava lei.

Pos. 3206-8

Dal mare si levava una brezza leggera. Un piccolo cardo, che cresceva in una spaccatura della roccia, vicino alla mano di Tenar, continuava ad alzare e ad abbassare la testa, come per dare il suo assenso al vento che giungeva dal mare.

Leggende di Earthsea (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Ne “Il trovatore” Lontra, un giovane dotato di poteri magici, non vuole sottostare al tiranno Losen. In “Rosascura e Diamante” un musico viene inviato dal padre a studiare da un mago e deve staccarsi dall’amata compagna, figlia di una povera strega. In “Ossa della terra” il vecchio incantatore Dulse sente che un terremoto sta per devastare l’isola di Gont. In “Nell’alta palude” un viandante misterioso giunge al villaggio e si ferma a lavorare come guaritore. Ma sarà proprio così? “Libellula”, figlia di un signorotto decaduto, è insoddisfatta del suo vero nome e accetta la proposta di un mago… Ecco Leggende di Earthsea, un libro meraviglioso.

Citazioni

Pos. 91-92

Desiderosi di lodi, non di storia, i signori della guerra bruciavano i libri da cui i poveri e gli impotenti avrebbero potuto apprendere cosa fosse il potere.

Pos. 153-55

Sua madre provò a spiegargli. — È come se avessi trovato una grossa gemma — gli disse. — E cosa deve fare uno di noi con un diamante, può solo nasconderlo, no? Chi è abbastanza ricco da comprarlo da te è anche abbastanza forte da ucciderti per prendertelo. Tienilo nascosto.

Pos. 263-64

La congettura di un mago era prossima alla conoscenza,

Pos. 515-17

Il mago che si chiamava Gelluk e il pirata che si chiamava re Losen avevano lavorato insieme per anni, sostenendo e accrescendo ognuno il potere dell’altro, ognuno convinto che l’altro fosse il proprio servo.

Pos. 535-36

Come sempre, la mente di Gelluk balzò oltre gli ostacoli e gli indugi, verso i misteri mera-vigliosi che l’attendevano una volta alla meta.

Pos. 570

Un vincolo è un legame.

Pos. 589-92

Pochissime persone parlavano a Gelluk a meno che lui non le costrin-gesse a farlo. Gli incantesimi mediante i quali ammutoliva e indeboliva e controllava tutti quelli che lo avvicinavano ormai erano per lui qualcosa di consueto, a cui non pensava neppure. Era abituato a essere ascoltato, non ad ascoltare. Sereno in virtù della propria forza e ossessionato dalle proprie idee, aveva in mente un’unica cosa. Non percepiva affatto Lontra, se non come parte dei suoi piani, un’appendice di se stesso.

Pos. 664-66

le sentinelle erano poche, e non stavano all’erta, dato che gli incantesimi del mago avevano sempre tenuto chiusa la prigione. Adesso erano scomparsi, ma le persone nella torre non lo sapevano, continuavano a lavorare schiacciate dall’incantesimo più potente chiamato disperazione.

Pos. 705-6

Era pieno giorno e pioveva quando l’ultimo faticoso respiro di Anieb non fu seguito da nessun altro.

Pos. 777-80

— Da queste parti, e forse anche oltre, c’è gente che pensa, come hai detto tu, che nessuno possa essere saggio da solo. Così queste persone cercano di aiutarsi, di sostenersi a vicenda. Ed è per questo che ci chiamano la Mano, o le donne della Mano, anche se non siamo soltanto donne. Però è vantaggioso che ci considerino donne, perché i potenti non si aspettano che le donne lavorino insieme, o pensino a cose come il governo e il malgo-verno, o abbiano qualche potere.

Pos. 833-35

I giovani vengono da me e mi chiedono: “A che serve? Si può trovare l’oro? Puoi insegnarmi a trasformare le pietre in diamanti? Puoi darmi una spada capace di uccidere un drago? A che serve parlare dell’equilibrio delle cose?

Pos. 838-40

In fatto di incantesimi e sortilegi, la maestria di Dragone non era molto superiore a quella dell’allievo, ma il vecchio aveva chiara nella mente l’idea di qualcosa di molto più grande, l’interezza della conoscenza.

Pos. 960-67

— Se tu rimanessi qui, cosa faresti? — gli chiese la donna dalle sopracciglia nere. — So costruire le barche, e ripararle, e governarle. So trovare le cose, in superficie e sottoterra. So manipolare il tempo, se ne avete bisogno. E imparerò l’arte da chiunque voglia insegnarmi. — Cosa vuoi imparare? — chiese la donna più alta, con la solita voce pacata. Medra si rese conto che gli era stata posta la domanda da cui dipendeva il resto della sua vita, nel bene e nel male. Rimase di nuovo in silenzio alcuni istanti. Fece per parlare, tacque, e infine rispose. — Non ho potuto salvare una persona, no, non ho potuto salvare la persona che mi ha salvato — disse. — Nulla di quel che so avrebbe potuto liberarla. Non so nulla. Se sapete come si diventa liberi, vi prego, insegnatemelo!

Pos. 1101-2

I morti sono morti. I grandi e i potenti prose-guono per la loro strada incontrollati. L’unica speranza rimasta al mondo è la gente di nessun conto.

Pos. 1138-39

Una volta convintasi che la libertà di Roke consistesse nell’offrire ad altri la libertà,

Pos. 1250-51

La donna che lo occupava era così smunta che nella semioscurità sembrava fatta solo di ossa e ombra.

Pos. 1371-78

Il re non lasciava mai il palazzo di marmo dove sedeva tutto il giorno, servito dagli schiavi, guardando l’ombra della spada di Erreth-Akbe scivolare come l’ombra di una grande meridiana sui tetti sottostanti. Impartiva ordini, e gli schiavi dicevano: — Sarà fatto, maestà. — Teneva udienze, e dei vecchi arrivavano e dicevano: — Obbediamo, maestà. — Convocava i suoi maghi, e il magio Early si presentava, inchinandosi. — Fammi camminare! — urlava Losen, battendo con le mani deboli le gambe paralizzate. Il magio rispondeva: — Maestà, come Sai, la mia povera arte non ha giovato, ma ho mandato a chiamare il più grande guaritore di Earthsea, che vive nella lontana Narveduen, e quando arriverà, altezza, di certo cammi-nerai di nuovo, sì, e ballerai la Lunga danza. Losen allora imprecava e strillava, e gli schiavi gli portavano del vino, e il magio usciva, inchinandosi, e assicurandosi, mentre si allontanava, che l’incantesimo paralizzante fosse sempre efficace.

Pos. 1694-95

— Ho riflettuto — disse Medra. — Voi siete otto. Nove è un numero migliore. Consideratemi ancora un maestro, se volete.

Pos. 1766-67

Secondo Aureo, il denaro significava potere, ma non era l’unico potere. Ce n’erano altri due, uno pari, uno superiore. C’era il lignaggio, la nascita.

Pos. 1854-56

Non era una madre attenta. Quando aveva sette anni, Rosa le aveva chiesto: — Perché mi hai messa al mondo se non mi volevi? — Come puoi aiutare i bambini a nascere se non ne hai avuto uno?

Pos. 1959-60

— Però credi… credi che io abbia davvero… — Oh, sì. Giovanotto, sei straordinariamente lento a riconoscere le tue capacità.

Pos. 1988-89

Fare cattivo uso di un dono, o rifiutarsi di usarlo, può causare grande perdita, grande danno.

Pos. 2229-30

pur non essendo un lieto fine, quello fu almeno un momento di vera gioia, e a volte non si può pretendere di più, dopotutto.

Pos. 2239-40

Non imprecava mai – gli uomini di potere non imprecavano, non era prudente – ma si schiarì la gola con un colpo di tosse che pareva il ringhio di un orso.

Pos. 2285-87

Si fermò, allora, e sentì il terriccio sotto i piedi. Era scalzo, come al solito. Quando era uno studente a Roke, portava le scarpe. Ma era tornato a casa, a Gont, a re Albi, con il bastone di mago, e scalciando si era liberato delle scarpe.

Pos. 2304-5

Aveva visto uomini che picchiavano i figli, che li an-gariavano e li umiliavano, che li vessavano e li ostacolavano, odiando la morte che vedevano in loro.

Pos. 2316

È un dono raro, sapere dove si deve essere, prima di essere stati in tutti i posti dove non è necessario trovarsi.

Pos. 2481

Questo è il guaio dei grossi incantesimi, eh? Apprendi quello che stai facendo mentre lo fai.

Pos. 2545

A sud dell’Andanden c’è una terra dove si è posato uno strato di cenere alto cento piedi, l’ultima volta che il vulcano ha parlato.

Pos. 2586-88

— Hai passato la montagna? Lui annuì. — Per quale motivo? — Per venire qui — rispose il forestiero.

Pos. 2602-6

— Avvicina i piedi al fuoco — gli disse d’un tratto. — Ho delle vecchie scarpe di mio marito. — Le costò un po’ dirlo, poi però provò un senso di sollievo, e si sentì a sua volta rilassata. Perché conservava le scarpe di Bren, comunque? Erano troppo piccole per Chicco e troppo grandi per lei. Aveva dato via gli indumenti del marito, ma aveva tenuto le scarpe, senza sapere il perché. Per darle a quel forestiero, a quanto pareva. Bastava sapere aspettare, e le cose andavano a posto, pensò.

Pos. 2637-40

Lui non sapeva assolutamente nulla di donne. Non viveva in un luogo dove ci fossero delle donne da quando aveva dieci anni. Aveva paura di loro, allora, delle donne che gli gridavano di levarsi dai piedi in quell’altra grande cucina tanto tempo addietro. Ma da quando aveva cominciato a viaggiare in tutti gli an-goli di Earthsea, aveva incontrato delle donne e aveva scoperto che erano una presenza gradevole, come gli animali; si occupavano dei fatti loro e non badavano molto a lui, a meno che lui non le spaventasse.

Pos. 2682-83

non era completamente matto. Pazzo qua e là, pazzo a tratti. Non c’era nulla di integro in lui, neppure la sua follia.

Pos. 2745-46

Le bestie lasciavano che camminasse tra loro, per quanto fossero brade e da mani umane non avessero ricevuto che castrazione e macellazione.

Pos. 3270-71

— Se una parola può guarire, una parola può ferire — sentenziò la strega. — Se una mano può uccidere, una mano può curare. Vale ben poco il carro che va solo in una direzione.

Pos. 3317-30

Oh, se solo non fossi una donna! Lui sorrise ancora. — Sei una bella donna — disse, ma con semplicità, evitando l’atteggiamento adulatorio usato con lei all’inizio, prima che lei gli dimostrasse di detestarlo. — Perché vorresti essere un uomo? — Perché così potrei andare a Roke! E vedere, e imparare! Perché possono andarci soltanto gli uomini, là? — Così ha stabilito il primo Arcimago, secoli fa — rispose Avorio. — Ma… me lo sono chiesto anch’io. — Davvero? — Spesso. Vedendo solo ragazzi e uomini, un giorno dopo l’altro, nella Grande casa e nei dintorni della scuola. Sapendo che le donne della cittadina non possono neppure metter piede nei campi attorno al Poggio di Ro-ke, perché un incantesimo le blocca. Una volta ogni tanti anni, forse, a qualche grande signora è permesso di entrare per breve tempo nei cortili esterni… Perché mai? Tutte le donne sono incapaci di comprendere? O so-no i Maestri a temerle, a temere di essere corrotti… No, ma a temere che l’ammissione delle donne possa cambiare la regola a cui si aggrappano… la purezza di quella regola… — Le donne possono vivere in castità come gli uomini — dichiarò recisa Libellula. Si rendeva conto di essere brusca e grossolana, mentre lui era delicato e fine, ma era l’unico modo di essere che conoscesse. — Certo — annuì lui, e il suo sorriso si fece smagliante. — Ma le streghe non sono sempre caste, vero?… Forse è questo che temono i Maestri di Roke. Forse il celibato non è essenziale come insegna la Regola di Roke. Forse non è un modo di mantenere puro il potere, ma di tenere il potere per sé.

Pos. 3342

L’ingiustizia crea le regole, e il coraggio le infrange.

Pos. 3794

— Noi tutti nuociamo, esistendo

Pos. 4211-13

Scrivere utilizzando le Vere Rune, come parlare la Vecchia lingua, equivale a garantire la verità di quanto si dice… se si è umani. Gli esseri umani non possono mentire in quella lingua. I draghi possono; o così affermano; e se mentono a tale riguardo, questo non dimostra forse che quanto dicono è vero?

I venti di Earthsea (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

Ne I venti di Earthsea la moglie di Alder il guaritore è morta, ma ogni notte invoca il marito dalle terre oltre il muro e tenta di attraversarne la soglia proibita. Nonostante il suo dolore, Alder comincia a temere che i trapassati cercheranno di entrare in massa in Earthsea, e per scongiurare il pericolo cerca l’aiuto di tre straordinari personaggi: Tehanu la donna bruciata, Tenar la sacerdotessa e il giovane Lebannen, apprendista re nel regno di Havnor. Insieme al drago Irian, capace di trasformarsi in donna, questo piccolo gruppo di eroi affronterà la rischiosa missione che ha come meta il Bosco Immanente di Roke, il luogo più sacro dell’arcipelago…

Citazioni

Pos. 17-20

Vedendo che la donna lo fissava torva, lo straniero chiese male accorto: — Sa-resti così gentile da indicarmi che strada prendere per andare a Re Albi? — Diamine, vai ad affogarti in una pozza di broda per maiali, tanto per cominciare — sbottò la vecchia, e si allontanò a grandi passi, lasciando l’uomo stupefatto e allibito. Ma la pescivendola, approfittando della circostanza per dimostrare la propria virtù, vociò: — Re Albi, eh? Vuoi andare a Re Albi, eh? Basta chiedere!

Pos. 118-21

Una moglie, una figlia, un figliastro… I maghi non avevano famiglia. Uno stregone comune come Alder poteva sposarsi, volendo, ma gli uomini che avevano il vero potere erano celibi. Riusciva a immaginare quell’uomo in groppa a un drago, era abbastanza facile, ma pensare a lui come a un marito e un padre era tutt’altro discorso. Non ci riusciva.

Pos. 171-73

Va bene, ma non ti ha mandato da me per dirmi soltanto questo, suppongo. — Cercherò di essere breve. — Amico, abbiamo tutto il giorno davanti a noi. E a me piacciono le storie raccontate dal principio.

Pos. 414-15

— Non possono soffrire — disse l’evocatore. — La morte pone fine a tutte le sofferenze. — Forse l’ombra del dolore è dolore

Pos. 507

— Non esiste maggiore o minore in una cosa assoluta

Pos. 641-44

Erano giunti a una piccola casa, o una grande capanna, situata in fondo a una valletta, circondata da grovigli di amamelide e ginestra, con una capra sul tetto, e un numero di galline nere macchiettate di bianco che starnazza-vano, e una pigra cagnetta da pastore che si alzò per abbaiare, poi cambiò idea e dimenò la coda.

Pos. 701-4

gli animali non agiscono né bene né male. Fanno ciò che devono fare. Noi possiamo definire quello che fanno danno-so o utile, ma bene e male appartengono a noi, che compiamo una scelta, decidiamo cosa fare. I draghi sono pericolosi, sì. Possono nuocere. Ma non sono malvagi. Sono al di sotto della nostra moralità, per così dire, come qualsiasi animale. O al di là. Non hanno nulla a che fare con la moralità…

Pos. 746-47

Lui non aveva nessuna fretta, disse Alder. Perché anche se temeva il viaggio in mare, temeva ancor di più la fine della traversata.

Pos. 935-38

Cosa si nascondeva sotto quei rigidi veli rossi? Chi viveva in quella tenda occultante? Le dame assegnate al seguito della principessa erano tem-pestate di domande. Era graziosa? Brutta? Era vero che era alta e magra, bassa e muscolosa, bianca come il latte, butterata, con un occhio solo, bionda, con i capelli neri, che aveva quarantacinque anni, che ne aveva dieci, che era una povera idiota, che era di una bellezza intelligente?

Pos. 1178-80

La conversazione con il ragazzino gli aveva rammentato che i figli dei signori erano bambini, che i signori erano uomini, e che non erano gli uòmini ciò che lui doveva temere.

Pos. 1386-87

Lebannen aveva navigato con Tosla, aveva combattuto al suo fianco an-ni addietro nell’assedio di Sorra, e sapeva che era un uomo coraggioso, acuto, controllato. Quando la sua rozzezza lo irritava, il re dava la colpa alla propria delicatezza eccessiva.

Pos. 1496

Aveva bisogno di fare qualcosa, perché l’assenza della figlia era ovunque.

Pos. 1759-66

Dov’era il seggio di Morred, là era il regno, si diceva. Lebannen lo aveva fatto pulire, aveva fatto riparare e sostituire le parti di legno marcio, lucidare fino a riassumere il colore scuro originale, ma non aveva voluto che venisse dipinto o indorato. Alcuni ricchi che venivano ad ammirare il loro costoso palazzo reale si lamentavano della sala del trono e del trono stesso. — Sembra un granaio — dicevano, e: — È il seggio di Morred o la sedia di un vecchio contadino? Al che, secondo alcuni, il sovrano aveva replicato: — Cos’è un regno senza i granai che lo nutrono e i contadini che coltivano il grano? — Altri dicevano che avesse replicato: — Il mio regno è fatto di fronzoli d’oro e di velluto, o si regge grazie alla forza del legno e della pietra? — Altri ancora dicevano che si fosse limitato a dire che a lui piaceva così. E poiché erano le sue natiche reali a sedere sul trono privo di cuscini, non erano i critici ad avere l’ultima parola.

Pos. 1787-90

La gente comune volgeva la propria attenzione e le proprie speranze alla persona del sovrano. C’erano mille lai e ballate sul figlio di Morred, il principe che a dorso di drago tornava dalla morte ai lidi del giorno, l’eroe di Sorra, che brandiva la spada di Serriadh, il sorbo rosso, l’alto frassino di Enlad, l’amato re che governava nel segno della pace. Ma era arduo comporre canti che celebrassero consiglieri che discutevano di tasse.

Pos. 2058-61

Uscì a grandi passi, inseguito, ostacolato, e quasi trattenuto dal maggiordomo, che lo costrinse ad attendere il tempo necessario per radunare una scorta adeguata, far arrivare i cavalli dalle stalle, rinviare al pomeriggio l’udienza ai postulanti che aspettavano nella Sala lunga, e così via. Tutti i suoi obblighi, tutti i suoi doveri, tutte le pastoie e gli impedimenti, i riti e le ipocrisie che facevano di lui un re lo invischiavano, risucchiandolo come sabbie mobili e soffocandolo.

Pos. 2069-71

Gli zoccoli del suo cavallo risuonarono sui mattoni di un’ampia piazza bruciata dal sole e completamente deserta, a parte un cane con la coda arricciata che si allontanò trotterellando su tre zampe, infischiandosene della presenza di sua maestà.

Pos. 2077-79

Entrò nella casa, piom-bando tra domestici appisolali come un sasso che cade in uno stagno tranquillo, creando attorno a sé cerchi sempre più ampi di sgomento e panico.

Pos. 2410-15

Perfino Seppel, pur essendo un mago, con una conoscenza e una comprensione molto ampia di quelle parole, preferiva non usarle nella conversazione, e attenersi invece alla lingua comune che, se consentiva bugie ed errori, permetteva anche l’incertezza e la ritrattazione. Forse quello rientrava nella grande scelta compiuta dagli uomini nell’antichità: rinunciare alla conoscenza innata della Vecchia lingua, che un tempo avevano in comune con i draghi. Alder si chiese se lo avessero fatto per avere una lingua propria, una lingua adatta al genere umano, in cui poter mentire, ingannare, imbrogliare e inventare meraviglie mai esistite prima.

Pos. 2418-21

— È vero che i draghi possono dire falsità usando parole vere? Quello sorrise. — Questa, diciamo a Paln, è proprio la domanda che Ath fece a Orm mille anni fa, nelle rovine di Ontuego. “Un drago può mentire?” chiese il mago. E Orm rispose: “No” e poi gli alitò addosso, ri-ducendolo in cenere… Ma dobbiamo credere alla storia, dato che può averla raccontata solo Orm?

Pos. 2450-53

Lebannen constatò che la nave era troppo piccola per contenere l’enorme irrequietezza che aveva in sé. Le donne sedevano sotto il loro tendone e i maghi sotto il proprio come anatre in fila, ma lui passeggiava avanti e indietro, impaziente, tra i confini angusti del ponte. Gli sembrava che fosse la sua impazienza e non il vento a far filare la Delfino così rapida verso il Sud,

Pos. 2483-84

C’è uno spettacolo che merita di essere visto, in quell’involto, a giudicare dai piedi. Ma come si fa a farlo uscire dalla tenda? I piedi sono bellissimi, ma mi piacerebbe dare un’occhiata anche alle caviglie, tanto per cominciare.

Pos. 2993-96

— Ho sbagliato. Ma non è giusto voler morire — riprese. Nella sua voce si coglieva l’accento aspro della Distesa Est. Parlava sommesso, quasi sup-plichevole. — Per chi è molto vecchio, molto malato, può darsi che sia giusto. Ma la vita ci è data. Sicuramente è sbagliato non conservare e aver caro questo grande dono! — Anche la morte ci è data — osservò il re.

Pos. 3052-54

Una volta, quando era qui con me nel Bosco immanente, l’arcimago mio signore mi disse che aveva trascorso la vita imparando a decidere il da farsi in situazioni in cui non doveva decidere nulla perché non aveva scelta e non poteva agire che in un solo modo.

Pos. 3075-76

Era arduo procedere al buio; la lanterna proiettava sul sentiero grandi ombre di piccole cose.

Pos. 3197-98

— Come faccio a raccontarti tutto? — disse. — Raccontalo al contrario — rispose Ged.

Pos. 3220-22

Lei guardò nella direzione in cui lui stava guardando, la distesa d’aria ormai buia sopra il mare occidentale. — Se lei verrà, arriverà da là — disse l’uomo. — E se non verrà, sarà là.

I Dodici Punti Cardinali (Ciclo di Earthsea)

Quarta di copertina

“I dodici punti cardinali” è una retrospettiva quasi completa dei racconti e romanzi brevi dell’autrice, apparsi in America agli inizi della sua carriera. Si tratta di diciassette storie che dimostrano il talento narrativo dell’autrice e che spaziano tra tutti i generi della narrativa fantastica. Da romantiche “science-fantasy” piene di candore e semplicità, come “La collana di Semley” si passa a storie di fantasy pura, come “La legge dei nomi” o ancora ai racconti di fantascienza come “Nove vite”, incentrato sulla biologia dei cloni e svolto con grande introspezione psicologica. Una carrellata nel mondo di una scrittrice per la quale il racconto fantastico non è puro intrattenimento, ma visione del futuro, possibile alternativa al presente.

Citazioni

Pos. 11-12 | Aggiunta il venerdì 16 settembre 16 00:13:47 GMT+01:59

Dov’era? Il pavimento era duro e viscido, l’aria nera e fetida, e non c’era altro. Eccettuato il mal di testa.

Pos. 20

Ultimamente, in quegli anni di solitudine a metà della sua vita, aveva sentito il peso di una sensazione di spreco

Pos. 45-46

La trasformazione comporta una tensione emotiva per i maghi introversi come Festin: quando poi alla tensione si aggiunge il trauma di fronteggiare una morte inumana nella forma assunta, l’esperienza diviene orribile.

Pos. 136-37

In altre parole, era un mago allo stesso modo in cui Gan (che aveva la cataratta) era un carpentiere: in mancanza di artigiani migliori.

Pos. 214

Fogeno (che allora non era cieco, sebbene fosse già abbastanza vecchio da essere cieco due volte)

Ciclo di Earthsea: giudizio finale

La magia di Earthsea è speciale, è legata a una spiritualità discreta, che trae il suo potere da una sorta di intimità universale, e così è anche per la narrazione dei romanzi e dei racconti. Con il Ciclo di Earthsea Ursula Le Guin è riuscita a disegnare un mondo che nel contesto fantasy è al contempo classico e moderno, grazie a un sapiente dosaggio di elementi dalla diversa origine, ma accomunati da un sentimento fra l’innocenza e la caparbietà.

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2 commenti

  1. Io, da appassionato di fantasy, ho letto i primi tre romanzi, ma non mi sono piaciuti particolarmente. Il primo l’ho trovato interessante, ma i successivi non mi hanno intrigato particolarmente. Sorprendentemente mi è piaciuto di più il film.

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