Miguel de Cervantes Saavedra è noto a tutti per essere l’autore del romanzo Don Chisciotte della Mancia, uno dei capolavori indiscussi della letteratura mondiale di ogni tempo. La sua influenza sulla letteratura è stata tale che lo spagnolo è definito la lingua di Cervantes. All’interno del suo capolavoro, Cervantes non ha mancato di esprimere il proprio pensiero su quello che è il potere dello scrittore, inteso come capacità di dar vita all’immaginabile:

Il curato lo stette a sentire con grande attenzione e gli parve un uomo di bell’intelligenza, che aveva ragione in quel che diceva; così gli disse che, essendo egli della sua medesima opinione e avendocela a morte coi libri di cavalleria, aveva bruciato tutti quelli di don Chisciotte, che erano in gran numero.
Il potere dello scrittoreE gli raccontò della disamina che ne aveva fatto, di quelli che aveva condannato al fuoco o risparmiati; del che rise non poco il canonico, il quale affermò che, nonostante il male che di tali libri aveva detto, pur vi trovava una cosa buona, cioè, che offrivano argomento ad una bella intelligenza di potervisi manifestare, perché davano largo ed ampio campo per il quale la penna poteva liberamente scorrere descrivendo naufragi, procelle, scontri, battaglie, e rappresentando un prode capitano con tutte le doti che si richiedono per esser tale col mostrarsi avveduto in prevenire le astuzie dei nemici, oratore eloquente col persuadere e dissuadere i soldati, ponderato nel prender consiglio, rapido nella determinazione presa, altrettanto valoroso nell’attesa quanto nell’offesa; ritraendo ora un pietoso e tragico fatto, ora un caso lieto e improvviso, là una bellissima dama, onesta, assennata e riservata, qui un cavaliere cristiano prode e cortese, costà un barbaro prepotente e smargiasso, di qua un principe cortese, valoroso e gradito; rappresentando vassalli buoni e leali, signori generosi e munifici. Lo scrittore ora può mostrarsi astrologo, ora cosmografo eccellente, ora musicista, ora competente in scienza di Stato e fors’anche avrà occasione di mostrarsi negromante, se vorrà. Egli può ritrarre le astuzie di Ulisse, la pietà di Enea, la prodezza di Achille, le sventure di Ettore, i tradimenti di Sinone, l’amicizia di Eurialo, la generosità di Alessandro, il valore di Cesare, la clemenza e la sincerità di Traiano, la fedeltà di Zopiro, la saggezza di Catone e, finalmente, tutte quelle qualità che possono fare perfetto un personaggio illustre ora raccogliendole in un solo, ora ripartendole fra molti. E qualora ciò sia fatto con stile dilettevole e con ingegnosa invenzione, la quale miri il più possibile al vero, indubbiamente egli comporrà una tela intessuta di varie e belle trame che, finita, mostrerà tale perfetta bellezza da conseguire lo scopo migliore che pretendiamo negli scritti, cioè, istruire e insieme dilettare, come ho già detto. Perché il non ristretto genere di questi libri dà modo a che l’autore possa dimostrarsi epico, lirico, tragico, comico, con tutti quei pregi che in sé racchiudono le dolcissime e gradite discipline della poesia e dell’oratoria; poiché l’epica può scriversi tanto in prosa quanto in verso.

Che dire? C’è chi si definisce scribacchino, eppure ha nelle mani un potere immenso. O forse invece è proprio quest’innocenza che permette alla penna di trasformarsi in una bacchetta dai poteri smisurati?
In ogni caso, citando Ben Parker: da un grande potere derivano grandi responsabilità.

Unisciti alla discussione

4 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Notificami nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.