Questo dedicato ai personaggi è l’ultimo degli appuntamenti sulla scrittura secondo Raymond Carver. Vediamo rapidamente quali sono state le precedenti puntate:

Pronti? Via!

I personaggi: chi sono?

Fino a che non ho cominciato a leggere le recensioni dei miei libri, che mi elogiavano, non mi ero mai reso conto che i personaggi di cui scrivevo se la passassero tanto male. Capite cosa intendo? La cameriera, l’autista dell’autobus, il meccanico, il portiere d’albergo. Dio santo. Il nostro Paese è pieno di gente così. È gente perbene. Gente che fa del suo meglio.

[I meno fortunati] sono la mia gente. Sono i miei parenti, sono la gente in mezzo a cui sono cresciuto.

Però è vero, nei miei racconti cerco di parlare di esseri umani riconoscibili che si trovano in situazioni più o meno critiche.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) - PersonaggioChi sono i nostri personaggi? Amici, conoscenti, vicini di casa, gente che incontriamo per strada? Per quel che mi riguarda, e come del resto è riportato nel frontespizio di Pelicula: [omiss] i personaggi [omiss] sono invenzione dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con [omiss] persone – vive o defunte – [omiss] è assolutamente casuale.
Del resto non è forse inventare quello che fa uno scrittore?

Avere a cuore i propri personaggi

Mi interessano molto di più i miei personaggi, la gente che popola i miei racconti, piuttosto che qualunque mio potenziale lettore. L’ironia mi mette a disagio, se è fatta a scapito di qualcun altro, se danneggia i personaggi. Credo che non ce ne sia, nelle mie storie, e non ne vedo molta neanche negli scrittori che vengono definiti minimalisti. Mi sforzo di non usarla. Penso che mi vergognerei, se assumessi un atteggiamento del genere.

Devono starmi a cuore i personaggi dei miei racconti. Sono la mia gente. Non posso offenderli, e non lo farei mai.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) - CuoreMi stanno a cuore quelli buoni, diciamo così. Che poi non per questo evito di combinargliene di cotte e di crude… ma si sa: il pepe è il sale della vita (e con quest’ultima battuta immagino abbiate capito che cosa penso a proposito dell’ironia).

La crescita del personaggio

Nella migliore narrativa […] il personaggio centrale, l’eroe o l’eroina, è anche il personaggio “commosso”, quello a cui nella storia accade qualcosa da cui viene cambiato. Accade cioè qualcosa che cambia il modo in cui quel personaggio vede se stesso e di conseguenza il mondo.

In alcune recensioni sono stato accusato di creare personaggi troppo impotenti, che sembrano sempre rassegnarsi alla sfortuna e alle disgrazie che gli capitano lungo il cammino. Un racconto in particolare, “Conservazione”, ha ricevuto molte critiche perché parla di due persone che preferiscono lagnarsi del frigorifero rotto piuttosto che chiamare un tecnico per ripararlo. “Ma perché non lo fanno aggiustare e basta?”, si chiedeva un critico. “Così si toglierebbero il pensiero”.
Ma ovviamente non è così che funziona, per la gente che ha a stento i soldi per pagarsi il biglietto dell’autobus o per fare il pieno alla macchina. Questa è gente che non può permettersi di sprecare neanche un centesimo. Se una cosa si rompe, non ci sono i soldi per aggiustarla o comprarne un’altra. Questo è il tipo di vita che descrivo. Ma prima che mi ci facessero pensare i critici, non mi era mai parso che i miei personaggi se la passassero tanto male. Capite che intendo?
Questo paese è pieno zeppo di cameriere, tassisti, benzinai e portieri d’albergo. Ma sono forse più infelici di quelli che “ce l’hanno fatta”? No, sono solo persone normali che vogliono fare buon viso a cattivo gioco. Proprio come capitava a me, quando facevo quei mestieri da quattro soldi. Non posso negare che a volte essere costretti a fare mestieri di un certo tipo per tirare a campare porta alla disperazione. Ma la mia esperienza mi dice che uno cerca sempre di fare buon viso a cattivo gioco. Il che non significa che in certe situazioni uno non speri comunque in qualche forma di salvezza, in un momento di lucidità, in un’illuminazione che dia una svolta alla sua vita.

La gente, tuttavia, spesso trova difficile comunicare. E così in ogni storia c’è sempre qualcosa di misterioso, qualcos’altro che accade sotto la superficie. La gente di cui scrivo spesso ha difficoltà a comunicare faccia a faccia con gli altri. Ma nel corso dei racconti ci sono comunque cose che vengono fatte, cose che vengono dette. A volte i significati sono un po’ distorti, ma qualcosa succede.

Ma tutto deve cominciare su un piano personale. Čechov una volta ha detto che in una storia ci sono sempre due poli, “lui” e “lei”, il Polo Nord e il Polo Sud. Questa affermazione mi piace, perché in quasi tutti i miei racconti ci sono un “lui” e una “lei”. A volte va a finire bene sia per “lui” che per “lei”, a volte no. Ma i miei personaggi, la mia gente, sono persone in grado di sopravvivere. Non sono così sconfitti e abbattuti come si potrebbe pensare a prima vista. Quello che mi preme ottenere è una dimensione di autenticità e il senso che ci sia qualcosa “in ballo” o “a rischio”. Ecco perché molta letteratura contemporanea mi snerva, che sia poesia o narrativa. Pare che l’autore stia semplicemente cincischiando. E la roba di quel tipo non dura nel tempo. Quello che dura nel tempo, e parlo di Čechov, di Tolstoj, di Flaubert, sono le opere sincere e genuine, che fra cent’anni appariranno ancora tanto sincere e genuine quanto lo erano al momento in cui sono state scritte e pubblicate. Se un’opera letteraria è valida per il suo tempo, se è capace di catturare con precisione quel momento storico, allora è possibile che resti valida per tutti i tempi.

Quasi tutti i personaggi dei miei racconti arrivano a un punto in cui capiscono che il compromesso, l’atto della resa, ha un ruolo cruciale nella loro vita. Allora un singolo istante di illuminazione manda all’aria la loro routine quotidiana. È un istante brevissimo in cui decidono di non voler mai più scendere a compromessi. Ma poi si rendono conto che in realtà non cambia mai nulla.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) - Crescita personaggiI personaggi piatti non piacciono a nessuno, forse solo ai bambini: ecco perché Topolino non cambia mai. A me poi Topolino non era simpatico nemmeno quand’ero piccolo, figuriamoci!

La descrizione fisica dei personaggi

Fisicamente, nella maggior parte dei casi, non sai come sono fatti [i personaggi]. Non sono molto portato – o forse non nutro un grande interesse – per le descrizioni fisiche: come i personaggi portano i capelli, o se hanno il colorito pallido o rubizzo, le braccia pelose, o come sono vestiti. Ma psicologicamente credo di fare dei ritratti molto precisi, ed è così che il lettore li distingue. Non ho mai trovato interessanti le lunghe descrizioni dei personaggi nei romanzi vittoriani, pagine su pagine per raccontare com’era vestito lui, o come lei passeggiava e teneva l’ombrellino.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) - Identikit personaggiAnch’io non sono molto interessato alla descrizione fisica dei miei personaggi, ci ragionavo giusto poco tempo fa. Quando lo faccio è perché in qualche maniera è funzionale alla trama, e quasi sempre sono note che distribuisco – credo – bene nella storia, non ricordo più di tre righe di descrizione fisiche di qualcuno, protagonisti inclusi.
Tanto non è un segreto che gli eroi son tutti giovani e belli!

Oggetti come personaggi

Nella vita, così come nel mio modo di pensare e di scrivere, non sono portato per la retorica o l’astrazione, perciò quando nei miei racconti parlo della gente, voglio collocarla in un ambiente che risulti il più possibile concreto e palpabile. Questo può voler dire usare come elementi dell’ambientazione un televisore, un tavolo o un pennarello lasciato su una scrivania, ma nel caso in cui questi oggetti entrino a far parte della scena, non devono restare inerti. Non voglio dire che debbano propriamente prendere vita, ma in qualche modo dovrebbero far sentire la propria presenza. Se descrivi un cucchiaio, una sedia o un televisore, non puoi semplicemente piazzare questi oggetti sulla scena e lasciarli lì. Bisogna dargli un peso, collegarli alla vita delle persone che hanno intorno. Per come la vedo io, questi oggetti giocano un ruolo ben preciso nei racconti: non sono “personaggi” al pari delle persone, ma stanno lì, e voglio che i miei lettori se ne accorgano, sappiano che quel posacenere sta lì, che quel televisore sta lì (e che è acceso o spento), che dentro quel caminetto ci sono delle lattine vuote.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) -  La pistola di ČechovChe poi è un’estensione di quello che diceva anche il buon Čechov: Se in un racconto compare una pistola, bisogna che spari.

Il personaggio scrittore

Non sapevo che questo tizio avrebbe fatto lo scrittore. Ho cominciato il racconto [“Provi a mettersi nei miei panni”] con una sola riga in testa: “Il telefono si mise a squillare mentre passava l’aspirapolvere”. Credo che a qualunque giovane scrittore sia stato sconsigliato di scrivere un racconto su uno scrittore. Ci dicono di scrivere di altre cose e altre persone. Se vuoi scrivere un racconto su uno scrittore, trasformalo in un pittore o qualcosa del genere. Ma poi ogni scrittore fa di testa sua e scrive almeno un racconto su uno scrittore, e quello è il mio racconto su uno scrittore. II protagonista è a casa. La moglie, o la fidanzata, è al lavoro. Lui è a casa che cerca di scrivere, ma non sta scrivendo. E alla fine del racconto è pronto a scrivere, perché adesso si che ha una storia, anzi, ha sentito storie di ogni tipo.

I personaggi (la scrittura secondo Raymond Carver) - Il personaggio scrittoreSarà che ho poca fantasia, ma l’idea di scrivere di uno scrittore mi sembra così banale che mi sono sempre rifiutato di farlo. Quindi il mio racconto su uno scrittore non esiste… ancora.

Lo scrittore e i suoi personaggi

Tu non sei i tuoi personaggi, ma i tuoi personaggi sono te.

Anche la tentazione di scrivere qualcosa di autobiografico dev’essere sempre stata presente e forte nelle penne degli scrittori, ma anche qua mi sembrerebbe fare le rime con i verbi all’infinito. Che si possa fare non significa automaticamente che devi volerlo.

Con questa istantanea chiudiamo infine il ciclo di consigli di Raymond Carver sulla scrittura. Avete tratto benefici dai suoi suggerimenti? C’è qualcosa che vi ha colpito in particolare? O verso cui siete apertamente in disaccordo? Se volete potete dire a me (non temete, non riferirò)!

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14 commenti

  1. Mi ha colpito una cosa che ho in comune con Carver (e con Andrea Cabassi, beninteso ;-): non do molto spazio alla descrizione fisica dei personaggi.
    Tendo a volte a essere un po’ perfido coi miei personaggi nel senso che li raffiguro più coi loro difetti che con le loro virtù, ma gli voglio bene lo stesso. Quando ami davvero qualcuno ami soprattutto i suoi difetti (amare le virtù è sin troppo facile).
    Io di racconti che hanno protagonisti degli scrittori ne ho scritti parecchi, addirittura un ebook completo che uscirà a breve. Mi sa che vado in controtendenza…

    1. In fondo tutto è ciclico! Probabilmente è diventato talmente scontato evitare racconti su scrittori, che dobbiamo considerarti un innovatore! 🙂

  2. I personaggi vengono trasmessi dall’ego creativo per dar alla luce una storia incredibile e meravigliosa. Buona giornata a tutti voi

  3. Il personaggio è “quello a cui nella storia accade qualcosa da cui viene cambiato”. Mi piace e nelle mie storie è sempre così: i miei personaggi cambiano, qualcosa li fa evolvere e li porta a essere diversi, in qualche modo, da come sono partiti. Le mie descrizioni fisiche non sono lunghe e dettagliate, però credo che una componente fisica, il capello fatto in un modo, magari un incedere particolare, il colore degli occhi, arricchiscano la visualizzazione del personaggio.
    Ma il tuo Lango Xiao non è alto un metro e settanta con corporatura muscolosa e asciutta, tratti eurasiatici, carnagione olivastra, occhi e capelli neri?
    Hai ragione: sono appena tre righe! 😉

  4. I miei personaggi cambiano ed evolvono sempre nelle mie storie. Se non cambiano e non si adattano agli eventi, soccombono.
    Anche se li maltratto (e ultimamente con la mia protagonista ammetto di essermi sfogata), mi affeziono a tutti, buoni e cattivi. Alla fine, li tratto con cattiveria ma sempre con rispetto.
    Nel gergo delle fanfiction, maltrattare un personaggio e mancargli di rispetto veniva definito “bashing”. Ecco, quello non lo faccio mai.

    1. Io se li metto in una situazione problematica è solo perché so che ce la possono fare (oppure perché solo MALVAGGGIO! 😀 )
      Proprio in questo periodo sto lavorando a qualcosa di blashante, ma non so bene come concludere. Del resto… non si può sempre vincere tutti 😉

  5. Vedo solo ora questo articolo, e mi è piaciuto molto. Mi rivedo in molti dei punti descritti da Carver, e anch’io come te ho un’idiosincrasia per il personaggio scrittore, considerato la Mary Sue per eccellenza. Unica discordanza: a me piace molto offrire una descrizione fisica dei personaggi.

    1. Per quanto mi riguarda, e quindi discutiamo un po’ di gusti, se la descrizione è funzionale alla storia o al personaggio, ben venga. Per esempio la descrizione di un’uniforme o di un abbigliamento “storico” dà certamente spessore alla storia, idem se l’aspetto di un personaggio ha particolare rilevanza (è un guerriero? Un atleta? Un modello? Uno storpio? Un vecchio?). Se invece si tratta di sapere che Tizio è vestito di giallo e Caio di marrone… dovrebbe essere scritto in maniera davvero eccellente per destare il mio interesse.
      L’apocalisse sarebbe la descrizione fisica di un personaggio scrittore 😀

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