Limare: finalmente siamo arrivati al campione di tutti i suggerimenti di Raymond Carver! Togliere senza timore tutto quello che non è fondamentale per la storia. Ma stiamo parlando di servire un piatto sciapo, disidratato e senza sapore, oppure il messaggio è un altro?

Limare tutto

Sono arrivato a un punto in cui volevo limare tutto, e forse ho esagerato. Da lì in poi, mi sa che ho reagito in senso contrario.

Giocare con le parole

Non si tratta di tagliare parole; aggiungo anche moltissimo materiale. In realtà, quello che faccio è giocare con le parole.

La teoria dell’omissione

Quella revisione “fino al midollo” era ispirata alla teoria dell’omissione. Togliendo qualcosa, eliminando, si rende il lavoro più solido. Limare, limare, limare sempre di più. Forse c’entravano anche le letture che stavo facendo in quel periodo, quali che fossero. O forse no.

Quello che crea la tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l’azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, i paesaggio che è appena sotto la superficie tranquilla (ma a volte rotta e agitata) delle cose.

Minimalismo

Quel termine fa immediatamente pensare a una visione ristretta e a una capacità limitata. È vero che cerco di eliminare dai miei racconti ogni dettaglio non indispensabile e che tento di limare le parole fino all’osso. Ma questo non fa di me un minimalista. Se lo fossi, le taglierei veramente fino all’osso. Ma non è così: gli lascio sempre addosso qualche brandello di carne.

Scorciatoie

Nella vita a volte prendiamo qualche scorciatoia, facciamo le cose in maniera tale che non ci tocchi più prestare attenzione a certi piccoli dettagli. Nei miei racconti non volevo prendere scorciatoie, volevo che le cose funzionassero per conto loro, per così dire: come capita spesso nella vita. A volte forse ho tagliato troppo. È stato allora che ho cominciato a pensare che mi stavo spingendo troppo oltre in quella direzione.

LimareA volte sappiamo di dover tagliare, ma come potrebbe non piangerci il cuore al solo pensiero di cancellare il sudato frutto del nostro lavoro? Personalmente è una sfida: riuscire a estraniarmi fino a non sentire più mio quel testo che sto sistemando, agire a sangue freddo. Riuscire a esprimere un concetto in modo più snello rafforza il testo, lo rende meno vago, meno generico, è come tracciare un percorso senza deviazioni inutili. Questo, oltre che migliorare il testo esistente, a volte è stimolo per aggiungerne di nuovo: riusciamo a capire che qualcosa manca, o che va approfondito.

Concludo con l’ultimo suggerimento, che racchiude in sé anche buona parte del mio pensiero:

Consapevolezza

Va benissimo lasciare da parte certe cose, purché uno sappia cosa stia lasciando da parte.

Qual è il vostro approccio nei confronti del testo che sentite di poter limare? Lo sacrificate o invece cercate di salvarlo in qualche modo?

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14 commenti

  1. Mah, io sono già abbastanza conciso di mio. Fedele alla massima “scrivi quel che vorresti leggere” evito descrizioni lunghe un’intera pagina e contorsioni eccessive delle trama. In un certo senso ho poco da limare perché già sono poco verboso in fase di prima stesura.

    1. Questo accomuna anche la mia scrittura, infatti limare per me spesso significa cambiare la struttura di una frase, senza per questo renderla più breve 🙂 Ogni tanto però una falciata a un pezzo che non funziona gliela do (quasi sempre appena dopo averla scritta!)

  2. Limare non è (solo) tagliare: significa rimuovere asperità e spigolosità dalla superficie delle frasi, fino a quando non siano morbide e scorrevoli 🙂
    La differenza grande tra chi sa scrivere e uno come me la fa questa cosa qui (e la capacità di non aver paura di usare la lingua) 🙂

  3. Io credo che Carver, più che allo stile di scrittura vero e proprio si riferisse alla quantità di informazioni passate. Credo anche che non affezionarsi a ciò che si è scritto sia il primo, fondamentale, tassello, ma che il lavoro davvero difficile sia capire fino a che punto spingersi. Come appunto diceva lui.

  4. Mi piace il “giocare con le parole” di Carver, perché in fondo ha ragione: scriviamo per poi togliere, limiamo il troppo che avanza e tutto senza modificare intenzioni e concetti. Riuscirci bene, poi, è un’altra cosa!

    1. La pratica, anche in questo caso, ci rende migliori e (forse) un po’ cinici, ma spesso questo approccio rappresenta la marcia in più del romanzo pubblicato da un editore rispetto a quello autopubblicato.

  5. Io taglio senza pietà e senza rimpianti. Mi piace quando, togliendo quelle righe che in fase di scrittura si inseriscono sempre, un po’ per insicurezza, un po’ perché presi dalla foga del momento, ne esce una prosa più asciutta ed essenziale. La sento più mia, come se, almeno nella scrittura, riuscissi a liberarmi della timidezza e arrivare subito al dunque

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