Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern (citazioni)

da | 6 Nov 2015 | Libri | 2 commenti

Il sergente nella neve è più di un romanzo, è più della cronaca di uno dei sopravvissuti alla guerra, è un monito: è quello di cui si parla quando si parla di memoria.
Al pari di Un anno sull’altipiano è una testimonianza che tutti dovrebbero conoscere per capire il lato umano della guerra. Non le grandi battaglie, le strategie belliche o le manovre più eclatanti, ma i soldati semplici con il fucile in braccio, uno zaino stracarico e gli stivali rotti a trascinarsi contro gli elementi verso casa, in una marcia impossibile che sembra non aver mai termine.

Quarta di copertina

I ricordi della ritirata di Russia scritti in un lager tedesco dall’alpino Rigoni Stern nell’inverno del 1944 vennero pubblicati da Einaudi nel 1953 nei «Gettoni» diretti da Vittorini sotto il titolo Il sergente nella neve. Apprezzato inizialmente soprattutto per il valore della testimonianza, il romanzo ha mostrato le sue grandi qualità espressive con la progressiva distanza temporale dai drammatici avvenimenti narrati. E ormai è giustamente considerato un classico del Novecento: per la lingua intensa e sempre concretissima, per l’alta moralità di fronte a esperienze estreme, per la totale mancanza di qualsiasi enfasi retorica, per il candore e la forza con cui viene rappresentata la lotta dell’uomo per conservare la propria umanità.

Citazioni da Il sergente nella neve

Pagina 1 | Pos. 6

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato.

Pagina 2 | Pos. 22-25

Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con la trappola, e così non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto con il pelo.

Pagina 5 | Pos. 68-69

Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. Pareva che la morte fosse già in lui.

Pagina 6 | Pos. 89-91

Tourn e io si voleva sempre stacciare la farina e, chissà dove e come, un giorno Tourn riuscì a trovare uno staccio. Ma quello che restava nello staccio, tra crusca e grano appena spezzato, era più di metà e allora si decise a maggioranza di non stacciarla più. La polenta era dura e buona.

Pagina 7 | Pos. 95-99

– Non ha neanche un pacchetto di Milit da darci, padre? – Ah, sì! Prendete. E ci butta due pacchetti di Macedonia e va fuori. Meschini bestemmia. Bodei bestemmia. Giuanin dalla sua nicchia dice: – Zitti, è Natale oggi! – Meschini bestemmia ancora più fiorito: – Sempre Macedonia, – dice, – e mai trinciato forte o Popolari o Milit. Questa è paglia per signorine. – Boia faus, – dice Tourn, – Macedonia. – Porca la mula, – dice Moreschi, – Macedonia.

Pagina 7 | Pos. 106-7

Mi cacciò tra le braccia un fiasco di vino e due pacchi di pasta. Ritornai giù alla mia tana saltando fra la neve come un capretto a primavera. Nella furia scivolai e caddi ma non ruppi il fiasco né mollai la pasta. Bisogna saper cadere.

Pagina 9 | Pos. 124-26

Ritornando solo alla mia tana pensavo se avrei trovato posta e che parole nuove dovevo scrivere alla ragazza. Ma le parole nuove erano sempre quelle vecchie: baci, bene, amore, ritornerò. Pensavo che se avessi scritto: gatto per Natale, olio per le armi, turno di vedetta, Beppo, postazioni, tenente Moscioni, caporale Pintossi, reticolati, non avrebbe capito niente.

Pagina 9 | Pos. 130-33

Un giorno gli chiesi: – Tourn, hai ricevuto posta da casa? – Sì, – disse lui, – l’ho già fumata tutta. Tourn, infatti, raccoglieva tutte le cicche, ne levava il tabacco e con le lettere che riceveva da casa «per via aerea» faceva cartine. Lui così fumava sempre e faceva in modo che da casa gli scrivessero sempre «per via aerea» per aver carta sottile.

Pagina 9 | Pos. 133-35

Giuanin invece, ogni volta che gli capitavo a tiro, mi chiamava in disparte, mi strizzava l’occhio e sottovoce mi chiedeva: – Sergentmagiú, ghe rivarem a baita? Perché lui era certo che io sapessi come sarebbe andata a finire la guerra, chi sarebbe restato vivo, chi morto e quando. Così io rispondevo con sicurezza: – Sì, Giuanin, ghe rivarem a baita –.

Pagina 10 | Pos. 140-43

Così mescolava la polenta Meschini. Pareva Vulcano che batteva sull’incudine. Raccontava che quando era in Albania la tormenta faceva bianco il pelo dei muli neri e il fango cambiava in neri i muli bianchi. Quelli che avevano pochi mesi di naia lo stavano ad ascoltare increduli. Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la sua forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.

Pagina 10 | Pos. 153-56

La vedetta si grattava; i muli avevano l’erpete e lui la scabbia. Ritornando verso il caposaldo pareva proprio di andare verso casa nostra. Il tenente volle tirare un colpo di pistola per vedere se le vedette stavano all’erta. La pistola fece: clic. Io allora provai a tirare un colpo di moschetto e il moschetto fece: clic. Mi disse infine di gettare una bomba a mano e la bomba a mano non fece nemmeno clic, sparì nella neve senza fare alcun rumore.

Pagina 11 | Pos. 158-59

Nemmeno nel Bresciano nel giorno della sagra di san Faustino s’udiva un baccano simile.

Pagina 12 | Pos. 178-81

Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme a bresciani e bergamaschi.

Pagina 12 | Pos. 182-83

La sera venivate nella nostra tana: prima dicevamo il rosario, poi cantavamo, poi bestemmiavamo.

Pagina 14 | Pos. 212-16

Non mi sopportava perché lo chiamavo di notte per far dare il cambio alle vedette e perché gli ordinavo di tener pulite le armi e ordinata la tana. Si lamentava quando la posta non arrivava, quando il rancio era poco, quando era freddo, quando c’era fumo, quando c’era la dissenteria, sempre. Se poi gli arrivava la posta non era contento, e se la stufa non faceva fumo non era contento, se il rancio era sufficiente non era contento, se i pidocchi lo lasciavano tranquillo non era contento, se era caldo non era contento, e gli uomini della sua squadra facevano metà lavoro di quelli di Pintossi.

Pagina 16 | Pos. 235-36

Cercavo di dominarmi ma le vene della gola mi battevano forte. Avevo veramente paura. Infine mi decisi: gridai, buttai le bombe che avevo in mano, e saltai nel camminamento. Per fortuna una bomba scoppiò.

Pagina 16 | Pos. 244-45

Qualche tempo dopo appresi che per il fatto di quella notte mi avevano proposto per una medaglia. Per che cosa l’avessi meritata non lo so proprio.

Pagina 18 | Pos. 275-77

Moreschi, che da borghese faceva l’armaiolo in una fabbrica della Valtrompia, puliva, oliava, smontava e persino stemprava e ritemprava i molloni per renderli più adatti alla temperatura, limava e batteva.

Pagina 19 | Pos. 282-83

Questi gettò delle bombe a mano e la terza scoppiò

Pagina 20 | Pos. 300-301

E che bravo tiratore! Non dava quasi mai ordini ai suoi uomini ma faceva, e gli alpini della sua squadra facevano nel suo esempio.

Pagina 21 | Pos. 313-14

Nessuno pensava: «se muoio»; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: «quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?»

Pagina 22 | Pos. 333-35

Improvvisamente incominciarono a cadere laggiù delle bombe di mortaio. Scoppiavano così precise che parevano messe lì con le mani. Erano i mortai da 81 di Baroni, e Baroni non sciupava né bombe né vino.

Pagina 22 | Pos. 337-40

Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.

Pagina 24 | Pos. 359-61

Quando sentii passare sopra le nostre teste le bombe dei mortai da 81 del sergente Baroni tirai un altro sospiro di sollievo. Sentivo che Baroni guardava giù verso di noi dando i dati di tiro con calma ai suoi uomini e mi pareva che dicesse: «Sta’ tranquillo, sono qui anch’io». E Baroni non sciupava nemmeno parole.

Pagina 29 | Pos. 431-32

Erano in gamba gli esploratori, tutti dello stesso paese, Collio Valtrompia, e tutti parenti fra di loro, o per lo meno uno faceva all’amore con la sorella dell’altro. Avevano una parlata tutta particolare e gridavano sempre.

Pagina 29 | Pos. 440-42

Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruske e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.

Pagina 30 | Pos. 452-55

Sentivo gli occhi che non volevano stare aperti. Da qualche giorno non mi lavavo e avevo una crosta sul viso. Le mani, sporche di sangue e terra, odoravano di fumo e desideravo una mattina come le altre per poter lavarmi il viso e andare a dormire nella tana. Erano due notti e due giorni che non dormivo: e ora non c’erano munizioni, gli alpini erano stanchi, la posta non arrivava, il tenente non c’era. Avevo sonno, fame, e restavano tante cose da fare. Ma avevo sigarette.

Pagina 31 | Pos. 469-70

Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio.

Pagina 35 | Pos. 525

Il rumore del cucchiaio nelle gavette era più strano dei colpi di mortaio.

Pagina 40 | Pos. 611-13

Si riprese a camminare, dopo un po’ mi feci dare da Antonelli la pesante e passai a lui le due canne di ricambio che avevo portato fino allora. Antonelli aprì la bocca, sospirò forte e bestemmiò tutto quello che poteva bestemmiare. Sembrava, tanto era divenuto leggero, che il vento lo dovesse portar via. E a me di sprofondare.

Pagina 41 | Pos. 623-27

Dovevamo arrivare in un paese delle retrovie dove c’erano magazzini e comandi. Ma noi non sapevamo nessun nome di paese delle retrovie. I telefonisti, gli scritturali e gli altri imboscati sapevano tutti i nomi. Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e dove l’ovest. Di più niente.

Pagina 42 | Pos. 640-45

Con la baionetta cercai di rompere il formaggio per staccarne un pezzo e restituirgli l’altro. Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.

Pagina 51 | Pos. 774-75

– Barba di Becco, – disse (così mi chiamava lui, Barba di Becco o Vecio), – mi sembri diventato un po’ magro e trasandato. Una pastasciutta ci vorrebbe o un liter de negher.

Pagina 51 | Pos. 775-77

– Sciur magiur, – gli disse Bodei, – deve restare consegnato, le manca un bottone sul pastrano e ha la penna storta. – Enculet ciavad, – gli rispose il maggiore. Il maggiore sorrideva e scherzava quando parlava con noi, ma poi diventava serio e gli occhi si spegnevano.

Pagina 52 | Pos. 788-90

I nostri muli erano con noi; e con le orecchie abbassate sognavano le mulattiere delle Alpi e l’erba tenera. Mandavano vapore dalle narici come le balene; avevano il pelo coperto di brina e mai erano stati così lustri. E i pidocchi anche c’erano; i nostri pidocchi che se ne fregavano di tutto e stavano al caldo nei posti più reconditi. Ecco, pensavo, se dovessi morire i pidocchi che ho addosso che fine farebbero?

Pagina 54 | Pos. 816-17

Non c’è nessuno fuori e vado a cercare il capitano che mi vuole. Che avrà da dirmi? Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet! –

Pagina 54 | Pos. 828-29

Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo. Ma pure mi alzo, esco, raduno il plotone, controllo per vedere chi manca; vado in cerca dei ritardatari e facendo questo ritorno quello di sempre.

Pagina 63 | Pos. 959-61

Antonelli inveisce sempre più, sprofondando sotto il peso dell’arma. È in gamba veramente; bestemmia e impreca ma va sempre avanti e l’arma della sua squadra se la porta quasi sempre lui. Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!

Pagina 64 | Pos. 976-77

Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino. è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.

Pagina 66 | Pos. 999-1000

Ora non c’è più il sole e si cammina ancora. Muti, con le teste basse, camminiamo barcolloni, cercando di mettere i piedi sulle peste del compagno che sta davanti. Perché camminiamo così? Per cadere sulla neve un po’ più avanti e non alzarci più.

Pagina 72 | Pos. 1098-1100

Bombe scoppiano davanti e dietro a noi, qualche volta colpiscono in pieno la colonna. Ma è tutto così apatico e freddo. Si bada ai colpi di artiglieria come ai morsi dei pidocchi.

Pagina 84 | Pos. 1280-86

Il tepore di un corpo riscalda l’altro, l’alito di uno riscalda il viso dell’altro, ogni tanto socchiudiamo gli occhi e ci guardiamo. Quanti ricordi fanno groppo alla gola. Vorrei parlare di casa nostra, dei nostri cari, delle nostre ragazze, dei nostri monti; degli amici. Ti ricordi, Rino, quella volta che l’insegnante di francese ci disse: – Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta? – E la mela guasta ero io e la sana tu. Ricordi, Rino? E prendevo sempre quattro e tre. Tante cose vorrei dirti e non sono capace di augurarti la buona notte. I nostri compagni già dormono e noi ancora no. Fuori c’è la steppa desolata e le stelle che splendono di sopra a quest’isba sono le stesse che splendono di sopra alle nostre case. Ci addormentiamo.

Pagina 85 | Pos. 1289

Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.

Pagina 85 | Pos. 1290-92

Passando per un villaggio vediamo dei cadaveri davanti agli usci delle isbe. Sono donne e ragazzi. Forse sorpresi così nel sonno perché sono in camicia. Le gambe e le braccia nude sono più bianche della neve, sembrano gigli su un altare. Una donna è nuda sulla neve, più bianca della neve e vicino la neve è rossa. Non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo.

Pagina 86 | Pos. 1308-13

Di’ Rigoni, che desidereresti adesso? – Sorrido, sorridono anche loro. La sanno la risposta perché altre volte l’ho detta camminando nella notte. Entrare in una casa, in una casa come le nostre, spogliarmi nudo, senza scarpe, senza giberne, senza coperte sulla testa; fare un bagno e poi mettermi una camicia di lino, bere una tazza di caffè-latte e poi buttarmi in un letto, ma un letto vero con materassi e lenzuola, e grande il letto e la stanza tiepida con un fuoco vivo e dormire, dormire e dormire ancora. Svegliarmi, poi, e sentire il suono delle campane e trovare una tavola imbandita: vino, pastasciutta, frutta: uva, ciliege, fichi, e poi tornare a dormire e sentire una bella musica –.

Pagina 93 | Pos. 1419-20

Ora sparano anche con le mitragliatrici; le pallottole si infilano miagolando nella neve accompagnandoci passo per passo. Qualcuno tra noi è colpito e si abbatte gemendo nella neve. Ma non si può nemmeno fermarsi a vedere chi è.

Pagina 94 | Pos. 1439-40

Guardando per dove siamo scesi si vedono tante macchie nere sulla neve. Ma so anche che nella mia compagnia ve ne sono che si son finti morti per non venire all’assalto.

Pagina 96 | Pos. 1467-75

Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. So no armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mniè khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi.

Pagina 97 | Pos. 1480-81

Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.

Pagina 97 | Pos. 1482-83

Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Pagina 99 | Pos. 1513-21

Non ho proprio la forza di continuare a portarlo. Riesco tuttavia a portarlo dove i colpi non arrivano. Del resto i russi smettono di sparare. Dico all’alpino di provarsi a camminare. Egli tenta inutilmente, e ci fermiamo dietro a un mucchio di letame. – Resta qui, gli dico. – Ti mando a prendere con la slitta. E fatti coraggio perché non sei grave. Io poi, non mi sono ricordato di mandare giù la slitta, ma i portaferiti della nostra compagnia sono giusto passati di là e lo hanno raccolto. Ho saputo in Italia ch’egli si era salvato, e un gran peso mi è caduto dal cuore. Lo ritrovai un giorno, finito tutto, a Brescia. Non lo riconobbi, ma lui mi vide da lontano, mi corse incontro, mi abbracciò. – Non ricordi sergentmagiú? – Io non lo riconoscevo e lo guardavo. – Non ricordi? – ripeteva, e si batteva con la mano sulla gamba di legno. – Va tutto bene ora –. E rideva. – Non ricordi il 26 gennaio? – Allora mi ricordai e tornammo ad abbracciarci con tanta gente attorno che ci osservava senza capire.

Pagina 101 | Pos. 1535-37

Un sottotenente mi si avvicina gridando: – Vigliacco, che fai lì? Vieni fuori –. Io non lo guardo nemmeno, e lui finisce che si mette a sedere lì vicino e se ne resta lì anche dopo che io me ne vado.

Pagina 101 | Pos. 1548-49

mi metto vicino alla chiesa e chiamiamo: – Vestone! Vestone! Adunata Vestone! – Ma potrebbero rispondere i morti?

Pagina 102 | Pos. 1554-55

Busso a un’isba; viene alla porta un soldato tedesco con la pistola spianata e me la punta al petto. – Voglio entrare, – dico. Gentilmente, con la mano, gli sposto la pistola e gli rido in faccia. Sconcertato la rimette nel fodero e mi chiude la porta sul viso.

Pagina 103 | Pos. 1577-78

E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?

Pagina 104 | Pos. 1591-96

Un altro giorno di cammino sulla neve. Lungo la pista sono abbandonati i cannoni dell’artiglieria alpina. È giusto; è inutile portarli, è giusto che i muli siano adoperati per i feriti. Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.

Pagina 108 | Pos. 1643-45

Camminai ancora un altro giorno con il passo del vecchio viandante appoggiandomi al bastone. Per delle ore mi sorprendevo a ripetere: «Adesso e nell’ora della nostra morte», e questo pensiero mi ritmava il passo.


Obiettivi di lettura 2015: parziale

30 librix x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x x86,67%
Libri di 10 autori mai lettix x x x x x x x x x x x x x x x x170,00%
5 titoli non italiani o anglofonix x x x x100,00%
3 libri di cui non so nullax x x x133,33%
5 titoli non SF consecutivix x x x x100,00%
Rileggere 2 librix50,00%
5 libri di autori italianix x x x x x x x160,00%
3 titoli di autori esordientix x x100,00%
Libro in sospeso da un annox100,00%
Libro in un giornox x200,00%

2 Commenti

  1. Tenar

    Io adoro Il sergente nella neve.
    Nella sua semplicità, trovo la prima pagina meravigliosa, tra i migliori incipit di sempre.

    Rispondi
    • Ryo

      Sì, io ho riportato solo l’inizio dell’incipit perché quell’immagine m’è sembrata la più forte, in realtà è davvero scritto in maniera molto semplice ed efficace.

      Rispondi

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