Notre-Dame de Paris è per quasi un terzo della sua lunghezza un interminabile arazzo in cui Victor Hugo intende erudire il lettore soprattutto su argomenti di contorno: la geografia di Parigi, l’architettura della cattedrale, la natura dell’alchimia ecc.
Confesso che se Hugo non mi avesse del tutto ammaliato con la lettura de I Miserabili avrei sicuramente abbandonato molto presto la lettura di Notre-Dame de Paris.

Notre-Dame de Paris - Quasimodo

La storia si prende una pausa immediatamente dopo esser iniziata (in modo molto confuso), seguono centinaia di pagine eruditissime di… di qualcosa che poco ha a che fare con la trama, con i personaggi, con Notre-Dame de Paris, o con qualsiasi altra cosa che ci si potrebbe aspettare… dopo di ché la narrazione riprende il suo corso naturale, e termina.

Citazioni da Notre-Dame de Paris

Pagina 21 | Pos. 316-18

In seguito fu non so se intonacato o grattato il muro, e così l’iscrizione è scomparsa. Poiché così si trattano da duecento anni le meravigliose chiese del Medioevo. Le mutilazioni vengono loro da ogni parte, così dal di dentro come dal di fuori. Il prete le intonaca, l’arcidiacono le gratta: poi arriva il popolo, che le butta giù.

Pagina 26 | Pos. 397-98

Resta ben poco, oggi, a causa di quella catastrofe, e soprattutto a causa dei diversi restauri successivi che hanno finito di rovinare quello che la catastrofe aveva risparmiato

Pagina 30 | Pos. 455-58

«Non so se mi spiego! Mille lire parigine per una messa! E garantite sui proventi del mercato del pesce, per di più!». «Calma, vecchia!», interruppe un grosso e serio personaggio che si tappava il naso, vicino alla pescivendola; «bisognava bene decretare questa messa: volevate che il re ricadesse ammalato?»

Pagina 36 | Pos. 538-40

Sono le maledette invenzioni di questo secolo che rovinano tutto. Le artiglierie, le colubrine, le bombarde, e più di tutto quell’altra peste dell’Alemagna, la stampa! Non più manoscritti, non più libri! La stampa uccide l’arte libraria. È la fine del mondo!

Pagina 45 | Pos. 688-93

Erano vestiti tutti e quattro metà di bianco e metà di giallo, e non c’era differenza tra loro se non nella qualità della stoffa: la prima era di broccato d’oro e argento, la seconda di seta, la terza di lana, la quarta di tela. Il primo personaggio impugnava con la destra una spada, il secondo portava due chiavi d’oro, il terzo una bilancia, il quarto una vanga; e per porgere aiuto alle pigre intelligenze incapaci di veder chiaro attraverso quei trasparenti attributi, si leggevano delle scritte in fondo a quei vestiti: su quello di broccato, io MI CHIAMO CLERO; su quello di seta: io MI CHIAMO NOBILTÀ; SU quello di lana: IO MI CHIAMO MERCATURA; SU quello di tela: io MI CHIAMO LAVORO.

Pagina 54 | Pos. 826-27

Non era dunque il meno che si potesse fare bestemmiare a piacere e bistrattare il nome di Dio, in un così bel giorno, in così buona compagnia di uomini di chiesa e di ragazze allegre?

Pagina 59 | Pos. 898-900

quello era un loro eguale e teneva testa a Sua Eminenza il cardinale! Era questa una dolce riflessione per dei poveri diavoli abituati a rispettare e obbedire perfino i servi delle guardie del podestà dell’abate di Sainte-Geneviève, caudatario del cardinale.

Pagina 69 | Pos. 1046-48

Le boccacce incominciarono. La prima faccia che apparve al rosoncino con certe palpebre rovesciate e rosse, una bocca aperta fino alle orecchie e una fronte tutta pieghe come i nostri stivali alla ussara dell’Impero, fece scoppiare una risata così inestinguibile che Omero avrebbe preso tutti quei mascalzoni per altrettanti dèi.

Pagina 74 | Pos. 1125-26

«Giuraddio, Santo Padre! Sei la più bella bruttezza che io abbia mai visto in vita mia.

Pagina 75 | Pos. 1140-41

«Essere mezzo cieco è peggio che esser cieco, perché si vede quel che ci manca».

Pagina 76 | Pos. 1162-63

“Bene”, pensò Gringoire, “i disturbatori se ne vanno”. Disgraziatamente, però, i disturbatori erano tutti. Così la sala si vuotò in un baleno.

Pagina 80 | Pos. 1212-15

in quale angolo avrebbe passato la notte, avendo a propria disposizione tutto il lastrico di Parigi, si ricordò a proposito di aver scoperto, la settimana avanti, in un rue de la Savaterie, alla porta di un consigliere del parlamento, un marciapiede alto, fatto per montare a cavallo, e di aver pensato che quella pietra, al bisogno, sarebbe stata un invidiabile letto per un mendicante o per un poeta.

Pagina 81 | Pos. 1241-42

Poi guardò giù verso la Senna, ai suoi piedi, e lo prese una tentazione folle: «Come mi affogherei volentieri, se l’acqua fosse un po’ meno fredda!».

Pagina 83 | Pos. 1269-71

I cittadini trovavano là dentro tutto quello che abbisogna a una città ammodo come Parigi: una cappella per pregare Dio, un’aula dove si dava udienza e ci si opponeva all’occorrenza ai bravacci del re; e, nelle soffitte, un arsenale pieno di artiglierie.

Pagina 93 | Pos. 1411-13

Al centro di quella folla, i grandi ufficiali della confraternita dei matti portavano sulle loro spalle una lettiga più stracarica di ceri del reliquario di Sainte-Geneviève in tempo di peste

Pagina 93 | Pos. 1423-24

Fossero pure i suoi sudditi una caterva di matti, di storpi, di ladri, di accattoni: che importava? erano un popolo di sudditi e lui era il sovrano.

Pagina 95 | Pos. 1451-52

«Questo è un fatto meraviglioso, non c’è che dire», esclamò Gringoire, «ma io dove troverò da cenare?».

Pagina 96 | Pos. 1465-67

Gringoire, filosofo praticissimo delle strade di Parigi, aveva osservato che non c’è niente di più grato alla nostra fantasia del seguire una bella donna senza sapere dove vada.

Pagina 100 | Pos. 1523

la notte lo privava della sua arma più terribile: la sua bruttezza.

Pagina 102 | Pos. 1556-68

«Ohé! Hennequin Dandèche! Ohé! Jehan Pincebourde!», gridavano a squarciagola. «Il vecchio Eustache Moubon, il merciaio all’angolo, è morto: ecco il suo pagliericcio: adesso ne facciamo un falò. È la festa dei fiamminghi!». E così dicendo scaraventarono il pagliericcio precisamente sopra Gringoire, del quale non si erano accorti affatto. Contemporaneamente uno di loro prese un pugno di paglia per accenderla al lume della Vergine. «Per Cristo!», brontolò Gringoire. «Adesso starò un po’ troppo caldo!». Il momento era difficile: stava per essere preso tra acqua e fuoco. Allora fece uno sforzo soprannaturale, uno sforzo da falsificatore di monete che tenti di scappare alla bollitura dove il boia sta per cacciarlo. E riuscì a mettersi ritto, a rovesciare il pagliericcio addosso alla marmaglia e a scappare. «Santa Vergine!», strillarono i ragazzi. «Quella è l’anima del merciaio». E scapparono anche loro. Il pagliericcio restò padrone del campo. Belleforêt, il padre Le Jege, e Corrozet assicurano che il giorno seguente fu raccolto con gran pompa dai preti del quartiere e portato nel tesoro della chiesa di Sainte-Òpportune, dove il sagrestano si fece una bella rendita, che durò fino al 1789, raccontando il gran miracolo della statuetta della Vergine del canto di rue Mauconseil, la quale aveva con la sua sola presenza, nella memorabile notte dal 6 al 7 gennaio 1482, esorcizzato il morto Eustache Moubon. Si diceva che questo Moubon, morendo, per fare uno scherzo al diavolo, aveva nascosto l’anima dentro il suo pagliericcio.

Pagina 105 | Pos. 1597-98

Niente dà più coraggio che avere il borsellino vuoto.

Pagina 105 | Pos. 1604-6

Era uno storpio nel medesimo tempo zoppo e monco, e così monco e così zoppo che il complicato sistema di stampelle e di gambe di legno che lo sosteneva gli dava l’aspetto di un’armatura da muratori che camminasse. Gringoire, che preferiva le comparazioni nobili e classiche, lo comparò dentro di sé al tripode vivente di Vulcano.

Pagina 107 | Pos. 1635-39

«Donde vas, hombre?» 10 , gridò lo zoppo gettando via le sue gruccie e correndogli dietro con le due migliori gambe che mai avessero misurato le vie di Parigi. Intanto quello senza gambe si era alzato in piedi, cacciando in testa a Gringoire il suo pesante catino di ferro, e il cieco lo fissava con due occhi di bragia.

Pagina 108 | Pos. 1642-49

Il povero poeta diede un’occhiata all’intorno. Era proprio capitato in quella temutissima Corte dei Miracoli, dove mai un uomo ammodo era penetrato a quell’ora; cerchio magico dentro cui gli ufficiali dello Châtelet o i sergenti del prevosto che vi si avventuravano, sparivano ridotti a pezzetti; città di ladri, vergognosa cancrena di Parigi; fogna da cui ogni mattina rigurgitava e dove ogni notte tornava a stagnare quel fiume di vizi, di mendicità, di vagabondaggio di cui sono piene tutte le vie delle capitali; alveare mostruoso dove la sera rientravano con il bottino della giornata tutti i calabroni della società; falso ospedale per gli zingari, i frati sfratati, gli scolari discoli, la feccia d’ogni nazione, spagnoli, italiani, tedeschi d’ogni religione, ebrei, cristiani, maomettani, idolatri, coperti di finte piaghe, mendicanti di giorno si tramutavano in briganti di notte; immenso spogliatoio, insomma, per gli attori di quella eterna commedia di furto, di prostituzione e di assassinio che si recita nelle strade di Parigi.

Pagina 108 | Pos. 1652-55

Certe volte, sul suolo dove tremolava la luce dei fuochi tra grandi ombre paurose, si vedeva passare un cane che pareva un uomo, un uomo che pareva un cane. I limiti delle razze e delle specie scomparivano in quel regno come in un pandemonio. Uomini, donne, bestie, età, sessi, salute, malattie, tutto sembrava essere in comune tra quella gente; tutto andava insieme, mischiato, confuso, sovrapposto; e ciascuno partecipava di un po’ di quel tutto.

Pagina 110 | Pos. 1674

gli mancava la borsa; quel prezioso paciere che s’intromette quasi sempre utilmente tra i banditi e il galantuomo).

Pagina 111 | Pos. 1700

stava raschiando con un pezzo di tegola, traendone un certo suono da far svenire Stradivari.

Pagina 111 | Pos. 1700-1701

C’era poi una botte vicino al fuoco, e sulla botte un mendicante. Quello era il re sul suo trono.

Pagina 113 | Pos. 1729-30

Bisogna pure che si veda di tanto in tanto boccheggiare un onest’uomo con la corda al collo

Pagina 115 | Pos. 1755-56

Era come un cinghiale tra i maiali.

Pagina 115 | Pos. 1756-58

«io non riesco a capire perché non ti si dovrebbe impiccare. Vedo bene che a te non ti va a fagiolo: questo si capisce; voialtri borghesi non ci siete avvezzi. Chissà che cosa grossa vi pare.

Pagina 116 | Pos. 1773-77

et omnia in philosophia, omnes in philosopho continentur 12 come sapete benissimo». Il re di Thunes aggrottò il ciglio. «Amico, per chi mi prendi? Che razza di gergo da ebreo ungherese ci viene a cantare? Io non so l’ebraico. Altra cosa è bandito, altra cosa è ebreo. E io non mi degno nemmeno più di rubare: sono molto più in alto: ammazzo, io! Tagliagole sì, ma tagliaborse no!».

Pagina 127 | Pos. 1947-49

Poco dopo ci furono sulla tavola un pane di segale, una fetta di lardo, qualche mela sugosa e un boccale di cervogia. Gringoire si mise a mangiare con entusiasmo; tanto che a sentire il ticchettio furibondo della forchetta di ferro sul piatto di ceramica si poteva ben credere che tutto il suo amore si fosse volto in appetito.

Pagina 129 | Pos. 1966-67

Questo forse, così caro ai filosofi, incoraggiò Gringoire.

Pagina 133 | Pos. 2033-34

dopo un po’ di tempo mi dovetti convincere che per qualunque mestiere mi mancava qualche cosa: così, vedendo di non esser buono a niente, mi feci con mia pienissima soddisfazione poeta e compositore.

Pagina 137 | Pos. 2090

Misurare l’alluce del piede è come misurare il gigante.

Pagina 138 | Pos. 2109-10

Che direbbe un povero chierico del XVI secolo se vedesse il bell’intonaco giallo con cui i nostri vandali arcivescovi hanno impiastrato la cattedrale?

Pagina 139 | Pos. 2117-35

Così è stata trattata l’arte meravigliosa del Medioevo in quasi tutti i paesi, ma soprattutto in Francia. Tre specie di mali hanno contribuito a una tale rovina: il tempo, che insensibilmente ha limitato o arrugginito la sua superficie; le rivoluzioni politiche e religiose che naturalmente cieche e bestiali le si sono rovesciate sopra tumultuose, strappandole il suo stupendo vestito di sculture e di cesellature, spaccando i rosoni, spezzando le sue collane di arabeschi e di figurine, rubando le sue statue ora per la loro mitria, ora per la loro corona; e, in terzo luogo, le varie mode sempre più grottesche e imbecilli, che si sono succedute, dopo le libere e splendide deviazioni della Rinascenza, nell’inevitabile decadenza dell’architettura. Le mode hanno tagliato nel vivo, hanno intaccato lo scheletro stesso dell’arte: hanno troncato, sconvolto l’edificio, nella sua forma e nel suo simbolo, nella sua logica e nella sua bellezza, e dopo hanno voluto rifare: pretesa questa che né il tempo né le rivoluzioni si erano sognate di avere. In nome del buon gusto le mode hanno sfacciatamente applicato sulle ferite dell’architettura gotica le loro miserabili effimere bellurie: i loro nastri di marmo, le loro nappe di metallo; vera lebbra di ovali, di volute, di ghirigori, di panneggiamenti, di ghirlande, di frange, di fiamme di pietra, di nubi di bronzo, di amorini obesi, di cherubini dalle gote gonfie, che incomincia a rodere il volto dell’arte nell’oratorio di Caterina de’ Medici e la uccide finalmente, due secoli dopo, tra convulsioni e strazi, nel gabinetto della Dubarry. Così, per riassumere ciò che abbiamo detto, tre specie di danni sfigurano oggi l’architettura gotica. Rughe e verruche superficiali: opera del tempo; vie di fatto, brutalità, confusioni, fratture: opera delle rivoluzioni da Lutero a Mirabeau; mutilazioni, amputazioni, dislocazioni, restauri: opera di professori greco-romani o barbari, Vitruvio e Vignola. L’arte magnifica, creata dai vandali, è stata uccisa dalle accademie. Ai secoli, alle rivoluzioni, che devastano sì, ma con imparzialità e grandezza, si è aggiunto lo sciame degli architetti di scuola, patentati, legalizzati e approvati, insuperabili nello scegliere con cattivo gusto, nel preferirete cicorie di Luigi xv ai merletti gotici, a maggior gloria del Partenone. È il calcio del somaro al leone moribondo. È la vecchia quercia che si secca e per di più è punta, morsa e rosa dai vermi.

Pagina 149 | Pos. 2274

era un privilegio degli scolari poter essere impiccati nel loro quartiere.

Pagina 149 | Pos. 2276

il re non molla se non quando il popolo strappa.

Pagina 163 | Pos. 2489-91

dietro questa, con la sua costa cretosa, Montmartre, che aveva allora quasi altrettante chiese che mulini, e che adesso ha conservato soltanto i mulini, non avendo bisogno oggi gli uomini di altro pane che non sia quello del corpo.

Pagina 170 | Pos. 2597-98

questa demolizione delle Tuileries, ora, non sarebbe solamente una brutalità da far arrossire un vandalo ubriaco, sarebbe anche un tradimento.

Pagina 166 | Pos. 2537-38

I nostri padri avevano una Parigi di pietra; inostri figli avranno una Parigi di cemento.

Pagina 188 | Pos. 2875

L’antico Egitto lo avrebbe chiamato il dio di questo tempio, il Medioevo lo credeva invece il suo demonio: in verità ne era l’anima.

Pagina 189 | Pos. 2890-91

Aver dato la gran campana in sposa a Quasimodo era come aver dato Giulietta a Romeo.

Pagina 192 | Pos. 2934-36

Claude rattristato e scoraggiato nei suoi affetti, si era gettato con più passione in braccio alla scienza, questa sorella che almeno non vi ride sulla faccia e vi ripaga sempre, se pur talvolta con moneta un po’ leggera, delle cure che le avete prodigato.

Pagina 192 | Pos. 2944-45

Si diceva che avesse gustato successivamente tutti i pomi dell’albero del sapere e, per fame o per disgusto, egli avesse finito col mordere il frutto proibito.

Pagina 200 | Pos. 3062-63

«Chi è?», gridò il sapiente con la stessa grazia che hanno i molossi se sono toccati mentre rosicchiano un osso.

Pagina 201 | Pos. 3071-74

Allora cominciò tra il medico e l’arcidiacono uno di quei prologhi reciprocamente laudativi che erano di prammatica a quel tempo prima di ogni conversazione tra sapienti: il che non impediva che si detestassero cordialissimamente. Del resto, anche oggi ogni bocca di sapiente che fa complimenti a un altro sapiente è un vaso di fiele spalmato di miele.

Pagina 210 | Pos. 3207-9

«Purtroppo le piccole cose distruggono le grandi: un dente rosicchia un trave, il topo del Nilo uccide il coccodrillo, il pesce spada uccide la balena, il libro ucciderà l’edificio».

Pagina 211 | Pos. 3230-38

Ci perdonino le lettrici una breve sosta per cercare di scoprire quale senso nascondessero le misteriose parole dell’arcidiacono: Questo ucciderà quello. Il libro ucciderà l’edificio. A nostro avviso, questo pensiero aveva due facce. Era prima di tutto un pensiero da prete. Era il terrore del sacerdozio di fronte a una novità: la stampa. Era lo spavento dell’uomo di chiesa abbagliato dalla luminosa scoperta di Gutemberg. Erano la cattedra e il manoscritto, la parola parlata e la scritta, impaurite dalla parola stampata; qualcosa di simile allo stupore di un passerotto che vedesse l’angelo della Legione spiegare i suoi sei milioni di ali. Era il grido del profeta che sente già addensarsi e formicolare l’umanità emancipata, che vede nell’avvenire l’intelligenza scalzare la religione, l’opinione scacciare la fede, il mondo scuotere il giogo di Roma. Pronostico del filosofo che vede il pensiero umano, volatilizzato dalla stampa, evaporare dal recipiente teocratico. Terrore del soldato che esamina l’ariete di bronzo e dice: la torre cederà. Quelle parole significavano dunque che una potenza sarebbe succeduta a un’altra potenza, che la stampa avrebbe ucciso la Chiesa.

Pagina 218 | Pos. 3335-40

Si chiami bramino, mago o papa, nelle costruzioni indu, egiziane o romaniche, si sente sempre il prete, nient’altro che il prete. Il contrario nelle architetture del popolo: sono più ricche e meno sacre. Nella fenicia si sente il mercante, nella greca il rapubblicano, nella gotica il borghese. I caratteri salienti di ogni architettura teocratica sono l’immutabilità, l’orrore del progresso, la conservazione delle linee tradizionali, la consacrazione dei tipi primitivi, il sacrificio costante dell’uomo e della natura ai capricci incomprensibili del simbolo. Sono libri oscuri, che solo gli iniziati sanno decifrare. Però ogni forma e anche ogni deformità possiede un senso recondito che la fa inviolabile.

Pagina 219 | Pos. 3347-60

Volendo riassumere quanto siamo andati esponendo, molto sommariamente a dire il vero, e trascurando mille prove e anche mille possibili obiezioni di carattere particolare, diremo questo: che l’architettura è stata fino al XV secolo il quaderno dell’umanità; che in tutti i secoli anteriori non è apparso sul mondo un pensiero di una qualche complessità che non si sia fatto edificio, che ogni idea popolare come ogni legge religiosa ha avuto i suoi monumenti; che il genere umano, infine, non ha pensato nulla di importante senza averlo scritto sulla pietra. E perché? Perché ogni pensiero religioso o filosofico è interessato a eternarsi; perché l’idea che ha scosso una generazione ne vuole scuotere altre e lasciare traccia di sé. Ora, quanto è dubbia l’immortalità promessa da un manoscritto! E quanto altrimenti certa quella promessa da un edificio! Per distruggere la parola scritta bastano una torcia e un turco. Per demolire la parola edificata ci vuole una rivoluzione sociale o una catastrofe tellurica. I barbari sono passati sul Colosseo e il diluvio, forse, sulle Piramidi. Ma nel XV secolo tutto cambia. Il pensiero umano inventa un modo di perpetuarsi non solamente più sicuro dell’architettura, ma più semplice e più facile. L’architettura è superata. Alle lettere di pietra di Orfeo, succedono le lettere di piombo di Gutemberg. Il libro sta per uccidere l’edificio. L’invenzione dellastampa è il più grande avvenimento della storia. È la rivoluzione madre. È il modo di espressione dell’umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che lascia una forma e ne prende un’altra, è il vero mutamento di pelle di quel serpente simbolico che, da Adamo in poi, rappresenta l’intelligenza.

Pagina 233 | Pos. 3566

un giudice può essere benissimo profondo o imbecille a suo piacere, ma sordo no.

Pagina 235 | Pos. 3589-90

specie di valletti con la picca, per i quali la stupidità era come obbligatoria.

Pagina 245 | Pos. 3743

Ci duole di dover aggiungere che, dato il rigore della stagione, il fanciullo si serviva della lingua per fazzoletto.

Pagina 248 | Pos. 3802-3

«Allora ci racconterete subito subito questa storia». «Volentieri», riprese Mahiette; «ma bisogna proprio essere di Parigi per non saperla!

Pagina 249 | Pos. 3814

si sa che la ragazza che ama il riso va incontro al pianto

Pagina 250 | Pos. 3831

a vent’anni comincia la vecchiaia per una donna che vende amore.

Pagina 251 | Pos. 3835-37

«Va bene», osservò Gervaise, «ma gli egiziani?» «Un momento, dunque, Gervaise!», fece Oudarde meno impaziente. «Che cosa ci sarebbe alla fine se tutto stesse nel principio?

Pagina 255 | Pos. 3908-10

Quella notte era proprio la notte del sabato, sicché non si dubitò più che gli egiziani avessero fatto il loro sabba in quella brughiera, mangiandosi la povera Agnès in compagnia di Belzebù, come usano fare i maomettani.

Pagina 257 | Pos. 3938-46

«E il mostro?», disse a un tratto a Mahiette. «Quale mostro?», domandò questa. «Il piccolo egiziano lasciato dalle streghe in casa della Chantefleurie: che ne avete fatto? l’avrete ben annegato anche lui, spero!». «No, no», disse Mahiette. «Come? bruciato, allora? Più giusto, essendo uno stregone!». «Né l’uno né l’altro, Gervaise. Il signor arcivescovo si è interessato di quel mostriciattolo egiziano, lo ha esorcizzato, lo ha benedetto, gli ha levato ben bene di corpo tutti i diavoli, e poi l’ha mandato a Parigi a farlo esporre sul letto di legno dei trovatelli, a Notre-Dame». «Questi Vescovi!», disse Gervaise con risentimento. «Perché sono sapienti, non fanno mai quello che fanno gli altri. Vi domando io, Oudarde, se si deve mettere il diavolo fra i trovatelli! perché quello era il diavolo di certo! E dite un po’, Mahiette, a Parigi che cosa ne hanno fatto? Spero bene che non ci sarà stata nessuna persona caritatevole che l’abbia voluto».

Pagina 265 | Pos. 4063-64

Quei quattro sergenti, con quel loro mettersi là fin dalle nove della mattina, ai quattro angoli della berlina, avevano promesso alla folla una certa esecuzione: se non una impiccagione, almeno una buona frustatura o una mozzatura di orecchie

Pagina 266 | Pos. 4077-78

è certo che nessuno fu mai meno amico dell’arte di quei bravi allocchi del Medioevo: non si davano proprio nessun pensiero della bellezza di una berlina.

Pagina 267 | Pos. 4089-91

cioè a dire, in lingua povera, che le cordicelle e le catene gli entravano probabilmente nella carne. Tradizione di galera e di ciurma che non si è perduta, del resto e che preziosamente si conserva nelle manette da noi che siamo (prigione e ghigliottina tra parentesi) un popolo civile, cortese, umano.

Pagina 270 | Pos. 4138-47

Così, una volta soddisfatta la vendetta pubblica, come la vanno chiamando anche oggi nel loro gergo i legulei, venne la volta delle mille vendette private. Qui, come nella sala grande, le donne eccellevano. Tutte gli serbavano rancore o per la sua malizia o per la sua bruttezza: e queste erano le più feroci. «Maschera dell’Anticristo!». «Cavalcatore di scope!», gli gridavano. «Che bella smorfia tragica», urlava una, «che lo farebbe fare papa dei matti, se oggi fosse ieri». «La smorfia della berlina te l’abbiamo vista», diceva una vecchia: «Quando ti si vedrà quella della forca?». «Quando ti metteranno in testa il tuo campanone e ti sotterreranno cento piedi sottoterra, maledetto companaro?». «Pensare che quel diavolo ci suona l’Angelus!». «Sordaccio! Gobbaccio! Mostro!». «Faccia da far abortire meglio che tutte le medicine del mondo!».

Pagina 276 | Pos. 4224-25

A quei tempi non si voleva attaccar briga con chi pregava giorno e notte.

Pagina 279 | Pos. 4265-67

Questo giovane cavaliere portava il bell’abito di capitano degli arcieri dell’ordinanza del re, il quale rassomigliava troppo a quello che vedemmo già addosso al povero Giove nel primo libro di questa storia, perché ci si permetta di infliggerne al lettore una seconda descrizione.

Pagina 281 | Pos. 4308-9

«Non è il palazzo dove si trova il giardino della Lingère du Louvre?», domandò ridendo Diane de Christeuil: aveva i denti bellissimi e perciò rideva di tutto.

Pagina 283 | Pos. 4327-28

a furia di disperdere il suo amore in ogni cantuccio, gliene restava ben poco per lei

Pagina 286 | Pos. 4374-75

Gli istinti delle donne si comprendono e corrispondono più presto che le intelligenze degli uomini.

Pagina 296 | Pos. 4528-37

«Venite qua, maestro Pierre: bisogna che mi spieghiate molte cose. E prima di tutto come va che non vi si vede da due mesi e che ora vi si ritrova nelle piazze, con questo bel vestito rosso e giallo, che sembrate una mela di Caudebec?» «Messere», cominciò pietosamente Gringoire, «è proprio un travestimento incredibile, e voi vedete che io mi ci trovo più stordito di un gatto con una zucca in testa. Io sento benissimo che è mal fatto esporre i signori sergenti della guardia a bastonare sotto questa casacca inverosimile le spalle di un filosofo pitagorico! Ma che volete, reverendo maestro? la colpa è tutta del mio antico giubbone che mi ha vilmente abbandonato al principio dell’inverno con il pretesto che cadeva a pezzi e che sentiva il bisogno di riposarsi nella sporta del cenciaiolo. Che fare? La civiltà non è ancora arrivata al punto che si possa andare per le strade nudi come voleva l’antico Diogene. Aggiungete che tirava un vento gelatissimo e il mese di gennaio è, in ogni caso, il meno adatto per tentare di far fare questo nuovo passo all’umanità. Mi si è presentata questa casacca, e io l’ho presa e ho buttato via quella mia giubba nera che per un ermetico, come me, in verità era assai poco ermeticamente chiusa.

Pagina 297 | Pos. 4541

i più bei versi alessandrini non valgono sotto il dente un pezzetto di formaggio

Pagina 305 | Pos. 4677-78

che il nostro giovane amico Jehan Frollo du Moulin si avvedesse, vestendosi, che i suoi calzoni, contenenti la sua borsa, non davano assolutamente nessun suono metallico.

Pagina 319 | Pos. 4890-91

L’anima, secondo Epicuro, è un non so che, fatta di una cosa che non ha nome».

Pagina 323 | Pos. 4939-42

«Non vi parlo di questo, maestro Jacques Charmolue, ma del processo del vostro stregone: Marc Cenaine, se non erro, il cantiniere della Corte dei conti? Confessa la sua magia? Riuscite a metterlo con le spalle al muro?» «No, purtroppo!», rispose maestro Jacques, sempre con quel suo sorriso triste. «Non abbiamo questa fortuna. Quell’uomo è di sasso: lo potremmo far lessare Marché-aux-Pourceaux, prima di cavargli una parola di bocca. E non si può dire che abbiamo risparmiato niente per arrivare alla verità: è già tutto slogato

Pagina 330 | Pos. 5051-53

In questo momento udì una voce forte e sonora articolare dietro di lui una serie formidabile di bestemmie: «Giuraddio!… Corpo di Dio!… Sangue di Dio!… Per tutte le budelle di Dio!… Per l’ombellicaccio porco di Belzebù!… Per l’animaccia d’un papa!… Corna e fulmini!».

Pagina 330 | Pos. 5059

«In fede mia! capitano Phœbus», disse Jehan prendendogli la mano, «vi giuro che bestemmiate con rara maestria!».

Pagina 357 | Pos. 5462-63

il caprone! Non voglio bene a queste bestie che hanno la barba e le corna. Somigliano troppo a un uomo

Pagina 363 | Pos. 5557-58

«Oh! questa sì che è buffa!», disse un vecchio giudice. «Da quando in qua si usa dare la tortura prima di essere andati a cena?».

Pagina 367 | Pos. 5623-24

Pierrat girò la manovella del martinetto, lo stivaletto si serrò e la disgraziata gettò uno di quegli orribili gridi che non hanno ortografia in nessuna lingua umana.

Pagina 381 | Pos. 5838-39

La creatura che era sotto i miei occhi aveva quella bellezza sovrumana che non può venire se non dal cielo o dall’inferno.

Pagina 385 | Pos. 5890

quel tuo piede, quel piede sul quale avrei voluto deporre un bacio in cambio di un impero e poi morire

Pagina 385 | Pos. 5896-97

Tu ti credi sventurata: ah! non sai che cosa sia la sventura. Amare una donna: esser prete! essere odiato!

Pagina 386 | Pos. 5913-14

Se tu vieni dall’inferno io ci verrò con te. Ho fatto quanto basta per questo. L’inferno dove tu sia, è paradiso per me: la tua vista è ben più piacevole di quella di Dio!

Pagina 391 | Pos. 5987-88

per una madre che ha perduto il suo piccino è sempre il primo giorno. È un dolore che non invecchia.

Pagina 393 | Pos. 6026-27

cosa che di sovente accade, nonostante pronostici e diagnosi, la natura si era divertita a salvare il malato in barba al medico.

Pagina 394 | Pos. 6029-30

La giustizia di allora si impensieriva ben poco della chiarezza e nettezza di un procedimento penale. Raggiunto lo scopo di impiccare l’accusato, non c’era più bisogno di nulla.

Pagina 399 | Pos. 6105-6

Phœbus era tornato ad appoggiarsi alla spalliera della seggiola di Fleur-de-Lys. Situazione felicissima di dove il suo occhio libertino si sprofondava dentro tutte le aperture della pettorina di lei.

Pagina 409 | Pos. 6268-69

Questo accadde con tale rapidità che se fosse stato di notte alla luce di un lampo si sarebbe visto tutto.

Pagina 413 | Pos. 6329

Pensò alla follia dei voti eterni, alla vanità della castità, della scienza, della religione, della virtù, all’inutilità di Dio.

Pagina 414 | Pos. 6348-51

quando vide che una vita di serenità e di amore sarebbe stata possibile anche per lui, che v’erano in quel momento dovunque sulla terra coppie felici, smarrite in lunghi conversari sotto gli aranceti, sull’orlo dei ruscelli, dinanzi al tramonto del sole, sotto cieli stellati; e che se tale fosse stata la volontà di Dio egli avrebbe ben potuto formare con lei una di quelle coppie benedette; quando pensò a questo, il suo cuore cominciò a struggersi di tenerezza disperata.

Pagina 416 | Pos. 6373-74

Il miserabile era fatto così: teneva alla vita.

Pagina 420 | Pos. 6428-30

Poi Jehan ritornò verso la fiamma, e ruppe una bottiglia che stava sulla tavola gridando: «Al diavolo! già vuota! e non ho più quattrini! Isabeau, amica mia, io non farò pace con Giove fin quando avrà cambiato le tue due poppe bianche in due bottiglie nere, perché io possa succhiare giorno e notte vino di Beaune!».

Pagina 423 | Pos. 6484-85

si mese a ridiscendere la scaletta con la lentezza con cui aveva visto camminare lo spettro, credendosi spettro anche lui

Pagina 425 | Pos. 6503-4

C’erano in un paese quasi tanti luoghi di asilo quanti patiboli. Si abusava dell’impunità come si abusava dei supplizi, due cose cattive che cercavano di correggersi vicendevolmente.

Pagina 425 | Pos. 6510-11

I parlamenti non volevano avere guai con i vescovi, perché, quando quei due vestiti lunghi si strusciavano, la zimarra non aveva la meglio sulla sottana.

Pagina 429 | Pos. 6567-69

Insieme al sole vide a quell’abbaino una cosa che l’atterrì: la disgraziata faccia di Quasimodo. Involontariamente richiuse gli occhi, ma invano: anche attraverso le palpebre rosee credeva ancora di vedere quella maschera di gnomo, senza un occhio e con un dente di fuori.

Pagina 431 | Pos. 6602-3

qui ci sono due torri ben alte: un uomo che cascasse di lassù morirebbe prima di arrivare in terra

Pagina 432 | Pos. 6616-17

Il cuore dell’uomo non può restare a lungo in un estremo.

Pagina 432 | Pos. 6622-24

l’amore è come un albero: germina da sé, getta profondamente le sue radici in tutta la nostra vita, e continua spesso a verdeggiare sopra un cuore in rovina. E l’inesplicabile è questo: che più questa passione è cieca, più è tenace: non è mai tanto solida come quando non ha in sé nessuna ragione.

Pagina 433 | Pos. 6631-32

doveva essere sua sorella: era una spiegazione irragionevole, ma a lei piaceva

Pagina 434 | Pos. 6653

«La mia disgrazia è che io rassomiglio ancora troppo a un uomo. Vorrei essere una bestia del tutto

Pagina 444 | Pos. 6802-3

Il cuore umano (don Claude aveva meditato su questo argomento), non può contenere più di una certa quantità di disperazione. Quando la spugna è tutta imbevuta, può passarle sopra il mare senza farvi entrare una lacrima in più.

Pagina 445 | Pos. 6813-14

la memoria è la tormentatrice dei gelosi

Pagina 446 | Pos. 6827-29

Una notte tra le altre, quelle immagini riscaldarono così crudelmente nelle arterie il suo sangue di uomo vergine e di prete, che morse il suo cuscino, saltò giù dal letto, infilò una tunica sulla sua camicia, e uscì dalla cella, con la lampada in mano, mezzo nudo, spaventato, le fiamme negli occhi.

Pagina 452 | Pos. 6930-31

Ho amato le donne, poi le bestie. Adesso amo le pietre. Sono divertenti quanto le bestie e le donne, ma sono meno perfide».

Pagina 454 | Pos. 6960-62

«Dunque voi non avete mai invidiato quei bei giovanotti in casacca di guerra?» «Invidia di che, signor arcidiacono? della loro forza, della loro armatura, della loro disciplina? Valgono meglio la filosofia e l’indipendenza vestite di stracci. Mi piace più essere testa di mosca che coda di leone».

Pagina 460 | Pos. 7047-48

Se la mia idea potesse trarla fuori di là senza compromettere minimamente il mio collo con nessun nodo scorsoio, che cosa ne direste? Non vi basterebbe?

Pagina 461 | Pos. 7068

non è detto che un piccolo uomo debba spaventarsi davanti a una grande impresa.

Pagina 464 | Pos. 7111-13

E nel tempo stesso il prete gettò a Jehan una borsa che fece allo scolaro un grosso bernoccolo sulla fronte e con la quale se ne andò arrabbiato e contento, come un cane che venga lapidato con ossi pieni di midollo.

Pagina 466 | Pos. 7139

sembravano buttati là a casaccio con tanto ordine e tanta armonia quanta ne ha un mucchio di gusci di ostriche.

Pagina 472 | Pos. 7233-35

«Amo il fuoco, mio caro re. E non per la triviale ragione che il fuoco riscalda i nostri piedi o cuoce la nostra minestra, ma perché fa le faville. Qualche volta passo delle ore intere a guardare le faville. Ci trovo un infinito in quelle stellucce che si affollano sotto la cappa nera. Anche quelle stellucce sono mondi!».

Pagina 481 | Pos. 7361-62

L’abate di Saint-Germain-des-Prés, per esempio, era forte come un barone e aveva molto più bronzo nelle bombarde che nelle campane.

Pagina 505 | Pos. 7732-33

Porta bassa vuole uomo curvo».

Pagina 514 | Pos. 7870

Francesi contano tanti re quante forche vedono dritte.

Pagina 517 | Pos. 7915

Sire, non scagliate i vostri fulmini sopra una cosa così piccola come sono io. La folgore di Dio non cade sulla lattuga.

Pagina 518 | Pos. 7933

è una cattiva maniera di proteggere le lettere quella di impiccare i letterati!

Pagina 518 | Pos. 7939-40

«Fa bene a stare così con la faccia a terra. I re sono come il Giove di Creta: hanno orecchi soltanto nei piedi».

Pagina 531 | Pos. 8137-38

È il mio destino di andare sempre a un pelo dalla forca!». «Il tuo destino è di non saper fare niente.

Pagina 535 | Pos. 8201-2

dal rumore sempre crescente, e da molti altri segni di realtà, si era convinta di essere circondata non da spettri ma da uomini. Allora lo spavento, senza potersi accrescere, si era trasformato.

Pagina 539 | Pos. 8252-53

«Della buona riuscita delle grandi imprese si è debitori qualche volta alla fortuna, qualche volta alla scaltrezza».

Pagina 539 | Pos. 8264-65

le azioni umane si possono prendere per due manici: condanna in me ciò che si corona in te.

Pagina 546 | Pos. 8363

ah! come bacerei, non i vostri piedi, che voi non vorreste, ma la terra che sta sotto i vostri piedi

Pagina 553 | Pos. 8470-71

Ci sono dei momenti in cui le mani di una donna possono acquistare una forza sovrumana.

Pagina 555 | Pos. 8497

Non si muore di niente: se no sarei morta di gioia!

Pagina 558 | Pos. 8550

Si trova sempre e dovunque della gente che ha visto qualunque cosa.

Pagina 577 | Pos. 8838-40

Il sordo si era appoggiato con i gomiti alla balaustrata, nel posto dove si trovava l’arcidiacono un momento prima, e là, non staccando mai il suo sguardo dal solo oggetto che esistesse per lui nel mondo in quell’ora, era immobile e muto come un uomo fulminato: un lungo rivolo di pianto colava in silenzio da quell’occhio che fino allora non aveva versato che una sola lacrima.

Pagina 580 | Pos. 8880

Si pensò che avesse così spezzato il corpo per cavarne fuori l’anima, come le scimmie rompono il guscio per prendere la noce.

Pagina 582 | Pos. 8916-17

si venne a cercare nel sotterraneo di Montfaucon il cadavere di Olivier Le Daim, che era stato impiccato due giorni prima e al quale Carlo VIII concedeva la grazia di essere sotterrato a Saint-Laurent in miglior compagnia

Notre-Dame de Paris: giudizio finale

Ho letto il romanzo con non poca fatica, Hugo è molto didascalico e la storia fa una fatica tremenda a decollare, non credo lo consiglierei a qualcuno. Tuttavia, nonostante in definitiva non mi sia piaciuto, il finale è spaventosamente bello e riesce a riscattare l’intero libro. Detto questo, nella mia classifica dai punteggi casuali, Notre-Dame de Paris si guadagna una bella campanella (stonata, ma almeno in rima)!

Notre-Dame de Paris - Campana

Obiettivi di lettura 2015: parziale

30 librix x x x x x x x26,67%
Libri di 10 autori mai lettix x x x40,00%
5 titoli non italiani o anglofonix x x x80,00%
3 libri di cui non so nullax x66,67%
5 titoli non SF consecutivix x x x x100,00%
Rileggere 2 librix50,00%
5 libri di autori italianix x x60,00%
3 titoli di autori esordientix33,00%
Libro in sospeso da un annox100,00%
Libro in un giornox100,00%

Altro che quaresima! Con Notre-Dame de Paris colleziono cinque romanzi consecutivi non fantascientifici, ora potrò finalmente buttarmi su un romanzo che tengo d’occhio da un bel po’ (e che non sapevo fosse fantascientifico!).

Leggere consecutivamente 5 titoli non fantascientifici

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2 commenti

  1. Non hai tutti i torti, le descrizioni minuziose della cattedrale sono pesanti. E anche altre parti; ne ho un ricordo vago, ma rileggendole attraverso le tue citazioni, mi è venuto in mente un aneddoto: quando è uscito il film di Walt Disney, non sono andata a vederlo perché non osavo immaginare un cartone animato tratto da questo libro. Poi, però, l’ho visto e mi è piaciuto… forse perché con la storia di Hugo non c’entra niente.

    1. Invece a me non è piaciuto nemmeno il cartone Disney (sono incontentabile, lo so 🙂 )… inoltre il personaggio di Esmeralda (che nel romanzo è un’ameba) nel cartone è diventata una novella James Bond tutta azione e inventiva; mi sa che gli sceneggiatori Disney si sono fatti di incenso tagliato male 😀

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