Anonima Andrea Cabassi

Scrivo più veloce di quanto pensi

Tag: Arthur C. Clarke (page 1 of 2)

Tre cattive ragioni per odiare la fantascienza

Da bambino t’incantavano robottoni, astronavi e treni spaziali, e nei temi scolastici scrivevi che da grande saresti stato astronauta per scoprire strani e nuovi mondi, come il capitano Kirk? Riempi la casa dei libri di Asimov come fossero trofei e sviluppi sensi di colpa se non rivedi una volta l’anno la Trilogia?
Diagnosi: ami la fantascienza.

Davide Baresi - Tre motivi per odiare la fantascienzaIn questo guest post vi parlerò di fantascienza riprendendo l’introduzione che lo scorso settembre feci alla presentazione del romanzo di Andrea presso il circolo culturale Verzeletti, un ragionamento nato da una triste constatazione: la fantascienza è un genere letterario talmente di nicchia, che se fosse ancor più di nicchia rimarremmo solo noi due. Sto parlando di percentuali minime rispetto ai lettori di narrativa tout-court, proprio come succede per i classici latini o i testi teatrali. Come è possibile? Prima mi sono scervellato per trovare una soluzione, facendo un buco nell’acqua, ma dopo… ho indagato. E ho scoperto che il lettore medio, alla domanda perché non leggi fantascienza?, replica invariabilmente con una di queste tre risposte:

  1. La fantascienza è finta, e quindi stupida.
  2. Quei libri son tutti uguali.
  3. La fantascienza non è vera letteratura.

Eccomi dunque a confutare tutto ciò, dimostrando quanto questo genere sia oggetto di un pre-giudizio bell’e buono. Procediamo punto per punto.

Continue reading

Play Libri di Google

Le fontane del paradiso – Arthur C. Clarke (citazioni)

Ho letto Le fontane del paradiso di Clarke proseguendo nella mia rassegna dei romanzi fantascientifici vincitori dei principali premi del settore: il Nebula e l’Hugo: li ha infatti vinti entrambi nella stagione 1979/80.
Con questo romanzo, Clarke mostra al grande pubblico il concetto di ascensore spaziale: nel romanzo un team di ingegneri lo costruisce sulla cima di un picco montano sull’immaginaria isola equatoriale di Taprobane.

Continue reading

I vincitori dei premi Hugo e Nebula

Una delle risposte al sondaggio su come scegliere un libro era ho trovato una lista dei libri fondamentali e la sto seguendo, ed è proprio quello che ho fatto di recente: ho recuperato l’elenco dei romanzi che sono riusciti a vincere ambedue i prestigiosi premi Hugo e Nebula (quelli con l’asterisco hanno vinto anche il premio Locus) e la consulto quando ho bisogno di un suggerimento. Alcuni li avevo già letti (li ho sottolineati o li ho linkati al post in cui ne parlo), altri me li sono procurati, altri ancora non mi convincono molto (negli ultimi anni sono premiati anche i romanzi fantasy).
Se al sondaggio avete votato la risposta sulla lista, magari questa può tornare utile anche a voi!

Continue reading

Le sabbie di Marte (Arthur C. Clarke)

Le Sabbie di MarteHo letto Le Sabbie di Marte di Arthur C. Clarke perché… oh beh, so che può sembrare sciocco ma l’ho letto perché nel negozio Feltrinelli vicino casa è il libro accanto a Pelicula e così mi sono detto: bene, leggiamolo!
Con Clarke sapevo di andare sul sicuro (ora che ci penso è un pezzo che non scelgo un libro seguendo l’istinto, dovrò ricordarmelo per l’anno prossimo) avendo letto non troppo tempo fa Incontro con Rama, e del resto dopo la lettura di un fantasy moderno un po’ di sana fantascienza hard era quello che ci voleva.

Le Sabbie di Marte narra del viaggio dal pianeta Terra a Marte dell’autore di romanzi fantascientifici Martin Gibson e del periodo iniziale della sua permanenza sul pianeta rosso. Il romanzo risale al 1951, quindi dieci anni avanti al primo uomo nello spazio e ben diciotto prima dello sbarco sulla Luna, ma riesce a essere molto attuale. Diciamocelo: il fatto che una società che ancora fa uso della macchina da scrivere e dei foglietti di carta per comunicare a distanza abbia colonizzato il sistema solare fa venire la rabbia, tuttavia non ci sono altri anacronismi, anzi: l’autore prende un po’ in giro la categoria (e mette le mani avanti?) facendo pronunciare queste parole a uno dei personaggi:

Questo è il guaio di tutte le vecchie favole del buon tempo andato… non c’è niente che sia più morto dei racconti avveniristici di ieri.

Ultima curiosità: Le Sabbie di Marte è il primo dei Romanzi di Urania e, come si vede dall’immagine della copertina, uscì in edicola il 10 ottobre 1952.
Ora, finalmente, vi lascio alla mia raccolta di citazioni del romanzo.

Citazioni da Le Sabbie di Marte

Pos. 30-31

Si trovava nello spazio! Era una vera disdetta aver perduto il decollo, ma quando si sarebbe messo a scrivere avrebbe ritoccato abilmente quel punto con chiose e commenti opportuni.

Pos. 41

volendo attenuare la luce del sole avevano derubato le stelle del loro fulgore.

Pos. 109-13

Gibson non si era mai rassegnato al sacrificio delle aerodinamiche astronavi che erano state il miraggio dei primi anni del ventesimo secolo. Quello scintillante attrezzo ginnico, formato da due sfere unite da una sbarra, a forma di manubrio, non era il suo concetto di transatlantico spaziale, e anche se il mondo l’aveva accettato, lui ancora non ci si era abituato. Ne conosceva naturalmente le note giustificazioni: non occorreva una linea aerodinamica a un mezzo che non doveva entrare mai in nessuna atmosfera, e la forma quindi era suggerita da considerazioni di carattere puramente funzionale ed energetico.

Pos. 146-48

Anche quando ogni forza di gravità era scomparsa, ci si ostinava ugualmente a immaginare una direzione in basso, e sembrava naturale supporre che la superficie cui erano uniti tavolo e seggiole fosse il pavimento.

Pos. 150-51

A peggiorare le cose, la rapatura a zero dava a quegli uomini, di solito più che presentabili, una espressione vagamente sinistra, cosicché l’intero quadro offriva l’aspetto di una riunione di famiglia al Castello di Dracula.

Pos. 157-58

«Non siamo in molti, vero?» disse. «Ma non dimenticate che questa nave è pressoché automatica e d’altronde nello spazio non succede mai niente.

Pos. 159-60

non si fidava mai dei primi impulsi ma se li annotava con cura

Pos. 251-52

erano le luci delle prime città lunari, e dicevano alle stelle che dopo un miliardo di anni la vita era giunta finalmente alla Luna.

Pos. 255-56

Aveva completamente dimenticato la colazione… fenomeno senza precedenti.

Pos. 263-64

Il capitano Norden, apparentemente, si comportava come un arbitro non del tutto disinteressato, sostenendo ora l’uno ora l’altro nel tentativo d’impedire una vittoria decisiva.

Pos. 373-74

«A pagina tre hai scritto centrifuga mentre avresti dovuto dire centripeta.» «Dal momento che mi pagano a battuta non vedo che differenza faccia. Le due parole sono lunghe uguali, no?»

Pos. 418-19

Gibson avrebbe potuto benissimo comunicare con Mackay mediante il telefono interno, ma tutte le scuse per piantare il lavoro erano buone.

Pos. 570-72

E poiché, come saprai, la forza di campo H è inversamente proporzionale alla distanza, appare subito ovvio che dH/dr varia inversamente al quadrato di r, e perciò è troppo piccola per essere misurata, a meno che tu non ci sia vicinissimo.

Pos. 588-89

Questo è il guaio di tutte le vecchie favole del buon tempo andato… non c’è niente che sia più morto dei racconti avveniristici di ieri.»

Pos. 591-95

Guarda che cosa è successo fino al sessanta, diciamo anche fino al settanta. A quell’epoca si scrivevano ancora romanzi intorno al primo viaggio sulla Luna. Oggi però sono illeggibili. Una volta raggiunta la Luna, per qualche anno ancora si scrisse intorno a Venere e a Marte. Ma oggi anche quei romanzi non si leggono più, se non per farci sopra matte risate. Può darsi che i pianeti esterni forniscano ancora un discreto investimento per un’altra generazione: ma le frottole interplanetarie care ai nostri nonni hanno avuto la loro definitiva sepoltura alla fine del settanta.»

Pos. 617-18

Era meravigliosamente rassicurante il sospiro continuo, regolare delle pompe dell’aria che insufflavano gli alisei artificiali

Pos. 697-99

L’Ares si allontanava alle sue spalle con spaventosa ineluttabilità. Lui stava sprofondando nello spazio, nello spazio vero, finalmente, e il suo unico legame con la vita era quel tenue filo che si dipanava dal suo fianco.

Pos. 719-20

La nave era adesso troppo piccola e fragile per poter essere ancora considerata un rifugio sicuro. Gibson era finalmente solo con le stelle.

Pos. 766

una infarinatura su alcuni problemi, più tipica dei curiosi che dei competenti.

Pos. 785-86

«Finirai col diventare uno di quegli scienziati freddi e astrusi che sanno tutto senza sapere niente. Un altro uomo di valore, completamente sprecato.»

Pos. 846-47

Era una grave violazione alle leggi della probabilità… un caso che non si sarebbe mai verificato in un suo romanzo. Ma la vita è così poco artistica, e alla sua mancanza di stile non c’è assolutamente alcun rimedio da opporre.

Pos. 973-75

«Sono stufo di sorbire la mia birra da un recipiente a forma di bulbo» spiegò. «Voglio cercare di versarla come si conviene in un bicchiere vero, adesso che ne abbiamo di nuovo la possibilità.»

Pos. 1003-6

Naturalmente quella dei Marziani era la storiella che circolava tra gli abitanti della Terra sin dal tempo in cui erano tornate le prime astronavi con la deludente notizia che il pianeta gemello era completamente disabitato. Tuttavia parecchi erano ancora fermamente convinti, malgrado tutte le prove contrarie, che in qualche angolo dei monti ancora inesplorati del pianeta si annidasse qualche forma di vita intelligente.

Pos. 1093-94

Gli erano stati necessari due mesi di lenta acclimatazione sull’Ares, e tutte le risorse della scienza medica moderna per consentirgli di mettere piede sulla superficie di Marte con l’unica protezione di una maschera ad ossigeno.

Pos. 1125-27

Quella luce ferma, immobile, che brillava inaspettatamente nel cielo diurno, era adesso, e tale sarebbe rimasta per molte settimane, la stella mattutina di Marte. Ma era meglio nota col nome di Terra.

Pos. 1152-53

la sincerità era una delle principali virtù del Capo Supremo marziano, una qualità che non lo rendeva certo simpatico a molta gente.

Pos. 1163-64

Tutti, su Marte, sono specializzati in qualcosa, ma certo esistono più mestieri sulla Terra che abitanti su questo pianeta

Pos. 1176-78

Marte è molto lontano, costa un sacco di quattrini, e non offre niente in cambio. Il primo interesse per le esplorazioni interplanetarie si è calmato, e adesso la gente si chiede: “Noi cosa ci guadagniamo da tutto questo?”. Per ora la risposta è stata una sola: “Poco”.

Pos. 1179-80

Molto probabilmente l’uomo medio terrestre pensa che qui si stanno spendendo miliardi che potrebbero essere impiegati meglio a migliorare il pianeta d’origine

Pos. 1187-89

«Non vi sembra che ci sia qualche analogia tra Marte e le prime colonie americane?» «Il paragone non è molto calzante. Dopo tutto, quando arrivarono in America i lontani pionieri vi trovarono aria che potevano respirare e cibo che potevano mangiare!»

Pos. 1196-1200

«Marte è un mondo interessante, bello anche. Ma non potrà mai essere come la Terra.» «E perché dovrebbe esserlo? E poi che cosa intendete per Terra, prima di tutto? Intendete forse le pianure del Sud America, i vigneti di Francia, le isole coralline del Pacifico, o le steppe siberiane? Perché Terra è ciascuno di questi luoghi! Ovunque l’uomo riesca a trovare una possibilità di esistenza, là è la sua terra. Ebbene, presto o tardi gli uomini saranno in grado di vivere su Marte senza bisogno di tutta questa roba.» E con ampio gesto indicò la cupola che racchiudeva la città e le dava vita.

Pos. 1249-50

Quel pensiero, invece, sull’Ares non l’aveva tormentato mai. Lo spazio era privo di atmosfera ovunque, ma lì, quando sotto gli occhi si stendeva una pianura rigogliosa, sembrava che la mancanza d’aria non fosse una cosa giusta.

Pos. 1291-95

«Appunto. Non hanno bisogno di aria come le nostre piante, e tutto quello che serve lo prendono dal suolo. Infatti potrebbero benissimo crescere nel vuoto assoluto, come le piante della Luna, purché avessero un terreno adatto e luce solare a sufficienza.» Un vero trionfo dell’evoluzione, pensò Gibson. Ma a quale scopo?, si chiese. Perché la vita si era aggrappata con tanta tenacia a quel piccolo mondo, nonostante tutto il male causatole dalla natura? Forse il Capo Supremo marziano aveva tratto una parte del suo ottimismo dalla lezione impartita da quelle piantine ostinate e risolute.

Pos. 1313-15

L’Amministrativo, come lo chiamavano, non offriva in sé niente d’interessante: era identico ai tanti palazzi d’amministrazione che si costruiscono sulla Terra, pieno di file di scrivanie, di macchine da scrivere e di schedari d’archivio.

Pos. 1365-67

Era strano parlare a bambini che non avevano mai conosciuto la Terra, che erano nati e avevano trascorso la loro breve esistenza sempre ed esclusivamente al riparo delle grandi cupole. Gibson si chiedeva che significato avesse per loro la Terra. Era forse più reale, per loro, dei regni immaginari delle favole?

Pos. 1591-94

Una volta l’intero equipaggio dell’Ares andò ad assistere ai progressi compiuti dal dottor Scott e dai suoi colleghi nella lotta contro la febbre marziana. Era ancora troppo presto per trarre conclusioni positive, ma Scott sembrava alquanto ottimista. «Avremmo bisogno di una bella epidemia in grande stile» disse fregandosi le mani. «Solo così potremmo provare veramente l’efficacia di questa roba. Per il momento i casi di febbre sono troppo scarsi.»

Pos. 1632-33

Jimmy si fece coraggio ricordando una certa citazione che gli pareva facesse al caso suo e in cui si parlava di cuori teneri e di belle dame.

Pos. 1643-49

«Che cosa si indossa su Marte per i pranzi ufficiali?» domandò Jimmy. «Pantaloncini neri e cravatta bianca» rispose Gibson incerto. «O il contrario? Comunque ce lo diranno all’albergo. Spero che riescano a scovare qualcosa che si possa infilare senza scoppiarci dentro.» Ci riuscirono, giusto per un pelo. L’abito di società su Marte, dove per il calore e l’aria condizionata i vestiti erano ridotti al minimo, consisteva in una camicia di seta bianca con due file di bottoni di madreperla, una cravatta nera a farfalla, e un paio di pantaloncini di raso nero guarniti di una larga cintura a maglia, di alluminio, cucita su un sostegno elastico. L’effetto era tutt’altro che inelegante, ma quando fu vestito Gibson si sentì qualcosa a metà tra un boy-scout e il Piccolo Lord.

Pos. 1739-40

«No, maledetti loro! Questo è il guaio con gli uomini di scienza, non si riesce mai a cavargli di bocca una data precisa.»

Pos. 1749-50

Gibson aveva ormai raggiunta l’età in cui si capisce che la bellezza non è sempre essenziale, ma era giusto che a questo proposito Jimmy avesse opinioni diverse.

Pos. 1768-70

La ruota aveva finalmente compiuto il suo giro: lui era tornato a quella sua lontana ventunesima primavera. Comprendeva pienamente ciò che Jimmy sentiva in quel momento, e sapeva inoltre che qualsiasi cosa gli avesse riserbato l’avvenire, niente avrebbe uguagliato le emozioni che il ragazzo stava scoprendo ora, e che erano per lui nuove e fresche come lo erano state per il primo uomo nel primo mattino del mondo.

Pos. 1855-59

«Da quanto tempo siete su Marte?» gli chiese Gibson, che aveva finalmente smesso di fare fotografie attraverso i finestrini. «Da cinque anni.» «E volate continuamente?» «Più o meno.» «Non preferireste viaggiare sulle navi spaziali?» «Francamente no. Non c’è nessuna emozione a volare con quelle. In realtà non è nemmeno un volare ma un galleggiare nel vuoto per mesi e mesi.»

Pos. 1956-58

«Ma guarda tu che roba!» esplose infine Gibson, a mezzo tra il furioso e il divertito. «Sono venuto sano e salvo dalla Terra a Marte, ho percorso in santa pace cinquanta milioni di chilometri, e non appena metto piede su un modesto comune aereo, ecco che cosa succede! D’ora innanzi viaggerò esclusivamente su astronavi.»

Pos. 2189-93

Gibson camminava in testa, ma procedeva con una certa fatica e stava già meditando di sacrificare l’orgoglio e chiedere a Jimmy di sostituirlo, quando notò con sollievo di essere arrivato a un sentiero serpeggiante che portava più o meno nella direzione giusta. Per un eventuale osservatore quella sarebbe stata una interessante dimostrazione della lentezza di certi processi mentali. Gibson e Jimmy infatti percorsero un buon tratto, sei lunghi passi almeno, prima di rendersi conto della semplice ma strabiliante verità che i sentieri, di solito, non si tracciano da soli.

Pos. 2231-32

«Tra un’ora dovete essere di ritorno, e se ci mettete di più voglio che mi riportiate come minimo un’autentica principessa marziana da Mille e una notte.»

Pos. 2233-34

«Essendo in tre, dovremmo poterci difendere anche se incontrassimo qualcosa di spiacevole»

Pos. 2366-67

Le condizioni su Marte avevano però da tempo raggiunto la stabilità, e tale equilibrio sarebbe quindi durato per millenni, a meno che non ci pensasse l’Uomo a capovolgerlo!

Pos. 2418-19

È sempre fatale adattarsi all’ambiente sfavorevole che ci circonda. Bisogna invece cercare di trasformare l’ambiente forzandolo ad adattarsi a noi.»

Pos. 2575-78

Non aveva nessuna intenzione di posare a modello di perfezione per nessuno. Anche nei suoi momenti più sdolcinati era sempre rifuggito dal servirsi di quelle comode parabole vittoriane in cui si parla di uomini pigri ed egocentrici che si trasformano a un tratto in campioni di virtù e in esseri utilissimi, anzi indispensabili alla società. Ma aveva una paura tremenda che qualcosa di molto simile stesse succedendo a lui!

Pos. 2745-46

sono pochi i grandi uomini che rimangono tali quando li si conosce più a fondo.

Pos. 2853-54

«Sino a che punto a Irene piacerà avere un marito che trascorre metà della propria esistenza nello spazio è ancora da vedere… ma dopotutto, sono secoli che le mogli dei marinai hanno superato questo scoglio.»

Pos. 2956-57

siccome quelli che sapevano la verità se ne stavano muti come pesci, mentre quelli che non sapevano niente gracchiavano come cornacchie, quando scese la notte la città si trovava in uno stato di confusione estrema.

Pos. 2963-64

Porto Lowell aveva tutte le caratteristiche di un alveare nel quale fosse stato improvvisamente infilato un bastoncino.

Pos. 3014-15

Non poterono però impedire i numerosi assembramenti che si formarono in tutta la città, e nei quali ognuno affermava di aver sempre saputo sin dall’inizio cosa fosse in realtà il Progetto Aurora.

Pos. 3268-69

Tutte le bellezze della Terra, che sino a quel momento lui aveva, se non disprezzate, certo accettate come fatti acquisiti


Le Sabbie di Marte: giudizio finale

Ottimo lavoro del buon Clarke! Opera più acerba rispetto al suo sopracitato capolavoro, tuttavia godibilissima e molto rigorosa dal punto di vista fisico, aspetto cardine questo di tutta la fantascienza hard, i cui canoni Clarke stesso ha contribuito a delineare.
In definitiva la valutazione per Le Sabbie di Marte è di due HAL 9000, in pezzi da mezzo HAL (questo per ricordare che la mia classificazione è del tutto priva di significato ma non di buon gusto. Per chi se lo chiedesse, mezzo HAL 9000 non corrisponde a un HAL 4500):

Mezzo HAL 9000 Mezzo HAL 9000 Mezzo HAL 9000 Mezzo HAL 9000

Fra Bradbury e Dick

Bradbury Dick Clarke Asimov Gibson

L’immagine parla da sola, ma siccome sono un impiccione mi permetto d’intromettermi.
Oltre che impiccione sarò anche autoreferenziale, cosa che solitamente rifuggo, ma stavolta non ce la faccio. Come potrei? In una delle più importanti librerie della città il mio nome è associato a quello dei miei eroi più rifulgenti: Pelicula si trova sullo scaffale fra Isaac Asimov, J. G. Ballard, Ray Bradbury, Arthur C. Clarke, Philip K. Dick e William Gibson, solo per citare i principali!
Inutile cercare di descrivere a parole la soddisfazione provata nel vedere il mio lavoro accanto a grandi classici della fantascienza e in particolare del genere distopico (Fahrenheit 451 di Bradbury sopra tutti) quindi credetemi sulla fiducia.

E, naturalmente, prendete questo post come un ricco invito alla lettura!

Uomo più – Frederik Pohl

Uomo più - Frederik Pohl

Uomo più sarà certamente fonte di ottime idee se avete in cantiere un progetto domestico di colonizzazione di Marte.
Ennesimo capitolo dell’epopea fantascientifica sull’esplorazione e la conquista del rosso pianeta bolscevico e traditor, questo romanzo di Frederik Pohl del 1976 rappresenta una svolta nel genere: negli anni in cui Pohl ha scritto Uomo più, l’umanità s’è fatta un’idea abbastanza precisa sul quarto pianeta del sistema solare – le sonde spaziali ce l’hanno mostrato – e romanticismi à la Cronache marziane rappresentano da tempo la narrativa del passato.
Tanto per incominciare buona parte del romanzo tratta la formazione dell’uomo più in preparazione alla colonizzazione, sul quale tutti nutrono grandi aspettative, fra note di scherno ai potenti, grandi drammi interiori e profondo rigore scientifico che gli estimatori della fantascienza hard non potranno che apprezzare (non siamo ai livelli di Incontro con Rama, ma non è certo quello l’obiettivo).
Uomo più - Frederik PohlIl cosiddetto uomo più è il tentativo della scienza di adattare un essere umano alla vita marziana, quello che oggi chiameremmo un cyborg. Roger, il protagonosta, subisce una serie di interventi chirurgici per modificare il suo corpo: per sopravvivere dovrà necessitare di minime quantità di acqua, cibo e ossigeno, i suoi occhi dovranno essere schermati per resistere alle radiazioni solari, e ogni parte superflua dovrà essere rimossa per evitare che possa danneggiarsi; e quando dico ogni parte superflua, intendo dire ogni parte superflua.
In realtà la mutazione fisica sono solo gli effetti speciali, parallelamente a quella avviene una sostanziale mutazione nell’umanità del protagonista che, come nella miglior fantascienza, induce il lettore a una serie di riflessioni etico-filosofiche.

Citazioni da Uomo più

Pos. 4-5

Un singolo essere umano non sembra particolarmente importante, quando al mondo ve ne sono otto miliardi.

Pos. 82-84

Ci aspettavamo molto da Roger Torraway, sebbene non fosse molto diverso dagli altri astronauti: un po’ troppo addestrati, un po’ sottoccupati, molto insoddisfatti della loro attività, ma ancor più decisi a non rinunciarvi, finché c’era ancora una possibilità di ridiventare famosi.

Pos. 105

— Attività amministrative, — disse. Rispondeva sempre così, quando qualcuno gli chiedeva cosa faceva.

Pos. 260-61

Se il luogo in cui Hartnett si trovava non era veramente Marte, gli somigliava abbastanza da ingannare persino un marziano (se mai i marziani erano esistiti)

Pos. 355-60

Percival Lowell rimuginò davanti a un blocco per disegni e poi propose un primo tentativo. Tracciate enormi figure euclidee nel deserto del Sahara, disse. Bordatele di fascine, oppure scavate delle trincee e riempitele di petrolio. E poi, in una notte senza luna, quando Marte è alto nel cielo africano, appiccate il fuoco. Gli occhi marziani, che secondo Lowell dovevano essere incollati ai telescopi marziani, avrebbero visto. I marziani avrebbero riconosciuto i quadrati e i triangoli. Avrebbero compreso che si trattava di un tentativo di comunicare, e grazie alla loro sapienza così antica avrebbero trovato un mezzo per rispondere.

Pos. 388-89

L’uomo non può sopravvivere su Marte. Tuttavia, non può sopravvivere neppure nell’Antartide. Però ci riesce egualmente.

Pos. 443-44

Sarebbero ricorsi ai trapianti degli organi e alla chirurgia plastica per farlo somigliare di nuovo a se stesso: e c’erano scarse probabilità che potesse di nuovo sfruttare la sua vecchia foto sul passaporto.

Pos. 464-65

Il cyborg somigliava troppo a un mostro uscito da un film giapponese dell’orrore perché ella potesse prenderlo sul serio.

Pos. 740-41

Bobby Fischer non era il più simpatico giocatore di scacchi del mondo, era soltanto il migliore.

Pos. 753-56

Tra i vertebrati, la rana è un essere piuttosto stupido e semplice. Ha un cervello, ma non è molto grande né molto complesso. Nel cervello d’una rana non ci sono facoltà in eccesso, perciò non vengono sprecate per le cose superflue. L’evoluzione è sempre imperniata su precisi principi economici. Le rane maschio non scrivono poesie e non si arrovellano per paura che le loro rane femmine siano loro infedeli. E non ci tengono a pensare a cose che non interessino direttamente il mestiere di restar vive.

Pos. 782-83

E quindi, poiché Brad aveva un appuntamento, e anche perché il presidente degli Stati Uniti doveva andare in bagno e due cinesi che si chiamavano Sing e Sun volevano assaggiare la pizza, la storia del mondo cambiò.

Pos. 807-8

Aveva tre ambizioni da soddisfare, in quel viaggio: vedere un film pornografico non censurato, bere una bottiglia di Scotch che venisse dalla Scozia e non dalla provincia popolare di Honshu, e assaggiare una pizza.

Pos. 869-70

Andò tutto bene fino a quando cominciò ad andare molto male.

Pos. 1001-4

Del resto, di solito quando gli astronauti morivano, del loro corpo non restava niente. Se morivano nell’adempimento del loro dovere era molto improbabile che vi fossero autopsie; quelli che si perdevano nello spazio ci restavano, quelli che morivano più vicino alla Terra di solito si trasformavano in gas tra fiamme d’idrogeno e di ossigeno. In ogni caso, non restava nulla da mettere su un tavolo anatomico.

Pos. 1161-63

Mentre la novizia si allontanava, Kayman la guardò con aria da intenditore. L’abitudine di portare calzamaglie aderenti metteva in risalto la sua figura, e Kayman si godette la vaga, antica sensazione di peccato che gli dava. Era un vizio gradevole, come mangiare roast beef di venerdì.

Pos. 1166-67

Quando l’obbligo del celibato era stato soppresso, non era bastato a eliminare il condizionamento ancestrale di duemila anni d’un sacerdozio che aveva finto di non sapere a cosa servisse l’apparato genitale.

Pos. 1288

Sua Stellarità il Generale

Pos. 1598-1600

non era la gelosia a turbarlo. Non era esattamente la gelosia. Era qualcosa d’altro. Non era il maschilismo siciliano o l’indignazione del proprietario che scopre qualcuno a sollazzarsi nel suo fertile giardino. Era che Dorrie doveva voler amare soltanto lui. Poiché Roger voleva amare soltanto lei

Pos. 1669-70

Sostengono che si tratta di ricerche oceanografiche, ma non si adoperano i sommergibili anti-incrociatore per l’oceanografia, almeno nella nostra Marina

Pos. 2086-88

Aveva deciso di portare con sé su Marte il dono del Santo Padre. Sarebbe stato un peccato se fosse andato perduto… beh, lo sarebbe stato anche se fosse andato perduto lui, pensò.

Pos. 2139-40

talvolta Sulie Carpenter somigliava a Dorrie più di Dorrie stessa.

Pos. 2201-2

Nei suoi occhi nuovi non c’erano ghiandole lacrimali, perciò naturalmente non poteva piangere. Gli era negato persino quel conforto.

Pos. 2208-12

La chiamata di Roger l’aveva sconvolta. Non quanto il biglietto con cui Brad le aveva comunicato che non avrebbero più potuto vedersi, non quanto i quarantacinque minuti che il presidente aveva trascorso con lei per farle capire ciò che poteva succedere se si fosse permessa di turbare il suo astronauta prediletto. Certamente non quanto la certezza di essere pedinata, di avere il telefono sotto controllo e la casa sicuramente piena di microfoni nascosti.

Pos. 2290

dall’ufficio pubbliche relazioni (leggasi: censura)

Pos. 2413-15

Qualcosa lo turbava. E quel qualcosa si chiamava Dorrie. Suonare la chitarra era piacevole e rilassante, ma oltre quel piacere v’era una fantasticheria: lui stesso, seduto sul ponte di una barca a vela, insieme a Dorrie e a Brad, si faceva prestare con disinvoltura la chitarra di Brad e li sbalordiva tutti.

Pos. 2464-65

Roger non era molto orgoglioso di frugare l’appartamento come un cornuto medievale, ma non smise fino a quando fu certo che Dorrie era sola.

Pos. 2760-61

Il lungo volo a Marte nell’orbita di Hohnmann richiede sette mesi. Tutti gli altri astronauti, cosmonauti e sinonauti li avevano trovati molto noiosi. Ogni giorno aveva 86.400 secondi da riempire, e c’era molto poco per riempirli.

Pos. 2837-38

New York City passò due settimane senza sommosse, e in alcune delle strade principali venne persino raccolta la spazzatura.

Pos. 2863-64

Non aveva solo questo, da fare. Aveva i nastri di musica da ascoltare, qualche microfiche da leggere, e partite da giocare.

Pos. 2870-71

Poco a poco, Kayman imparò ad apprezzare la bellezza dell’anatomia interna del cyborg: sia quella parte che era opera dell’Uomo, sia quella che era opera di Dio. Ed egli rendeva grazie per entrambe.

Pos. 2887-91

Nella «realtà» dell’opinione scientifica, la vita su Marte era nata e morta una dozzina di volte. Ma anche tale questione non era mai stata veramente risolta. Dipendeva da un problema filosofico. Che cos’era la «vita»? Indicava necessariamente un essere simile a una scimmia o a una quercia? Indicava per forza di cose un essere che scioglieva le sue sostanze nutrienti in una biologia basata sull’acqua, partecipava al ciclo del trasferimento di energia per ossidazione e riduzione, si riproduceva e perciò cresceva dall’ambiente?

Pos. 2896-2900

Kayman non ammetteva che, siccome nessuno era scivolato su una distesa di muschi marziani, questi non esistessero in nessuna parte del pianeta. Su Marte avevano posto piede meno di cento esseri umani. Sommata insieme, l’area delle loro esplorazioni non superava alcune centinaia di miglia quadrate. Su Marte, dove non esistevano oceani, e la superficie della terraferma da esplorare era quindi maggiore di quella della Terra! Era un po’ come pretendere di conoscere la Terra compiendo quattro rapidi viaggi nel Sahara, sulle cime dell’Himalaia, nell’Antartide e sulla calotta polare della Groenlandia

Pos. 2905-6

Si sapeva che l’ossigeno era presente. Non molto, in media, ma le medie non erano importanti. Localmente poteva essercene in abbondanza.

Pos. 3009-10

Quando toccò la superficie, il suono giunse da centosessanta milioni di chilometri, e sembrò quello di alcuni bidoni della spazzatura che cadessero da un tetto.

Pos. 3013-15

padre Kayman cominciò a mormorare le parole tratte dall’ordinale della Messa: — Laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te. Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. E a queste parole abituali aggiunse: — Et in Marte.

Pos. 3037-40

Costruire i rifugi sotterranei e riempirli dell’immensa quantità necessaria di complesse attrezzature elettroniche, generatori, riserve di carburante e così via, era in pratica impossibile. Non avevamo modo di procurarci il danaro. Perciò chiudemmo anche quel centro e dedicammo tutte le risorse di cui potevamo disporre alla colonizzazione extraterrestre.

Pos. 3271-73

Quando la cupola raggiunse l’estensione massima, la pressione era salita a cento millibar. Equivale alla pressione dell’atmosfera terrestre a circa sedici chilometri sul livello del mare. Non è un ambiente in cui un uomo indifeso possa sopravvivere e lavorare molto a lungo: tuttavia, in un ambiente del genere, egli morirà soltanto se qualcosa lo uccide.

Pos. 3605-6

pasta verde agli spinaci con la béchamelle a Sirmione, davanti alle acque luminose e trasparenti del lago di Garda

Pos. 3714-17

Gli esseri umani non sapevano che l’intelligenza delle macchine era capace di autocoscienza, tanto per incominciare. Ci eravamo dati parecchio da fare anche per evitare che lo scoprissero. Finché credevano che i computer non erano altro che utensili, come un piccone o una padella, avrebbero continuato ad affidarci tutti i loro calcoli e le loro informazioni, e avrebbero accettato senza discutere le interpretazioni che fornivamo loro.

Pos. 3742

era anche chiaro che gli esseri umani, ghiandolari, irrazionali, organici, si avvicinavano pericolosamente all’autodistruzione.

Uomo più: giudizio finale

Il romanzo m’è sicuramente piaciuto molto e le riflessioni che introduce sulla natura dell’uomo sono molto profonde. Mi è rimasto un po’ di amaro in bocca perché da Pohl mi aspettavo qualcosa di molto più ironico e dissacrante, come in La porta dell’infinito o ne I mercanti dello spazio, caratteristica che ritenevo suo marchio di fabbrica, mentre Uomo più da questo punto di vista non mi ha colpito molto.
Tuttavia la valutazione insensata finale, al netto di ogni possibile logica, è di non uno, non due, non tre, ma quattro piccoli David Bowie quattro:

Uomo più - Frederik Pohl Uomo più - Frederik Pohl Uomo più - Frederik Pohl Uomo più - Frederik Pohl
Oh man! Wonder if he’ll ever know
He’s in the best selling show
Is there life on Mars?

Older posts