Manuale per la scrittura del capitolo numero ultimo

Sono circa due anni che rispondo a domande sull’avanzamento di Pelicula dicendo che devo solo dedicarmi alla benedetta ultima parte per concluderlo.
Ebbene, da qualche giorno sto lavorando proprio all’ultimo capitolo: ultimo ultimissimo definitivo finale! Cinquantaduesimo almeno quanto il doppio del ventiseiseiesimo o la radice quadrata del suo quadrato.
Il piano di lavoro è un po’ in subbuglio, ma il lavoro lo esige!

Ma quant’è lungo questo capitolo 52!

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Statistiche di scrittura (failed!)

È tutta sera che smanetto tra fogli di calcolo, assi cartesiani e appunti di varia natura, nel tentativo di produrre un bel grafico con la rappresentazione dei miei lavori su Pelicula, per mostrare oggettivamente l’entità del mio impegno (e perché allora non parlare dei periodi in cui non ho fatto una mazza?).
E invece non sono capace.

Io l’impegno ce l’ho messo, anche se il risultato proprio non c’è. Avrei voluto l’asse delle ascisse con i giorni dell’anno e le ordinate con il capitolo sul quale ho lavorato in quel periodo. Macché, non mi sono avvicinato nemmeno di un chilometro romulano.
Ho deciso però di mostrarvi ugualmente il risultato dei miei sforzi, cioé questo grafico, per due validissimi motivi:

  1. Ha un sacco di bei colori
  2. Il suo nome è Grafico a ciambella

A mo’ di legenda sappiate che ogni pezzetto rappresenta un capitolo di Pelicula; lascio alla vostra fantasia il compito di dedurre in quale modo.

La causa scatenante di questo delirio, mi tocca dirlo, è il termine della correzione di Pelicula, oggi stesso, e l’inizio della tanto sospirata parte finale.
Ne parlo da talmente tanto tempo che le idee sono diventate un’infinità, e mi sembra di non riuscire a pensare dove metterle… pagina 333 del mio quaderno dice mettile qua, no?; e chi sono io per rifiutare?
Un vecchio adagio dice sembra facile ma non è difficile, cercherò allora di procedere proprio così: senza buttarmi testa bassa, ma con la consapevolezza che la vittoria è alla mia portata.
Per un grafico sensato, invece, ci rinuncio.

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Energia e anima da centometrista: la ricetta dei maestri del racconto breve

Voglio riportare un articolo molto acuto di Elisabetta Rasy, pubblicato il giorno prima di ieri sul sito de Il Sole 24 Ore:

Nel 1986 rivolsero a Giorgio Manganelli una domanda «maliziosa, disonesta, intellettualmente losca e improponibile», che suonava così: «Che cosa non è un racconto?», dove davvero losco era quel “non” che imprigionava la risposta. Lo scrittore però non si intimidì e rispose con tutta la sua irruenza di geniale connaisseur della letteratura. Stabilito che persino una ricetta dell’Artusi o la guida del telefono hanno una contorta parentela con tale genere narrativo, l’unica certezza possibile e conclusione accettabile gli parve quella che asseriva una lapalissiana eppure fragile verità: il racconto non è un romanzo. Manganelli naturalmente non si fermò qui, suggerendo per via negativa alcune preziose indicazioni: «Un romanzo si può scrivere solo rinunciando alle minuscole, ripetitive eresie dei racconti; le mostruosità effimere, le frettolose perversioni, gli appunti per un delirio». Perché se «il romanzo è impresa monoteistica», il racconto invece è per sua natura profonda sempre «polimorfo». E questo, potrei aggiungere con tutti gli appassionati del racconto, è la ragione del suo fascino intramontabile attraverso epoche differenti. Non la brevità, non la sobrietà, ma la mutevolezza dei suoi percorsi. Fatta salva un’unica condizione che è meglio riassumere con le parole di uno che se ne intendeva, Raymond Carver: «Adoro il salto rapido che c’è in un buon racconto, l’emozione che spesso ha inizio sin dalla prima frase…».

Siccome la riproduzione è riservata mi fermo qua, ma consiglio a tutti di leggersi l’articolo per intero.
Oltre a trovarlo molto acuto, come già detto, propone considerazioni che già ho fatto mie da tempo sulle caratteristiche proprie del racconto breve. Due su tutte: la costante ricerca della perfezione, che nel romanzo risulterebbe inadeguata, e il senso d’indipendenza e di libertà, quando invece in un romanzo si tende a creare un mondo nel quale circoscriversi.
Per quanto riiguarda la prima, una storia lunga è come una maratona: ci si deve saper dosare; un racconto breve invece è un cento metri piani: una botta e muori.
Noto solo ora (ehi, è vero!) che il titolo cita i centometristi, quindi sono sulla stessa lunghezza d’onda dell’articolo anche per quanto riguarda il mondo delle metafore.

Non aggiungo altro, vi lascio perché lo leggiate… solo al mio via, naturalmente!

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Pelicula 11 dei nuovi nomi

Come stavo dicendo appena… ehm… due mesi fa, sono in piena fase di editing di Pelicula.
Probabilmente a ogni rilettura cambierei qualcosa, e forse è per questo che vorrei farlo il meno possibile, ma stavolta ho dato anche un’altra faccia a certi aspetti; anzi: un altro nome!
Sì, perché ho deciso di cambiare nome ad alcuni personaggi… e pensare che c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che non ascolto i consigli che mi si danno!
Magari aspetto due anni, eh, ma poi lo faccio (di prenderli in considerazione)!
In questo frangente alcuni personaggi, pur minori, avevano un nome troppo esotico: ad alcuni era stato stabilito il nome secondo una certa linea, ma quelli scelti prima della venuta di questo criterio erano nomi decisamente esotici.
Questa fase di revisione è circa a un terzo, il lavoro è poco saggiamente distribuito fra i rari momenti di relax del giorno, e la notte; e nel frattempo cresce grande la decisione e l’impegno nel portare finalmete a termine la stesura anche degli ultimi capitoli.
Ed è anche rileggendo che riesco a darmi una grande carica: il materiale è decisamente del livello che vorrei, e questa è la cosa più motivante di tutte.
In realtà non ho molto altro da dire, se non che i futuri lettori avranno a che fare con personaggi dai nomi meno ostici di quelli conosciuti dai lettori in anteprima (che però sono sempre gli stessi, non vanno sommati!)

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Matilde… recensito da Gargaros

Alcuni giorni fa lessi una recensione scritta da Gargaros, già “mio” curatore per un’antologia al cui progetto presi parte, di Matilde danza sulla riva.
Vuoi per la sua completezza, vuoi per la sua analisi, vuoi perché non sono del tutto d’accordo con quello che sostiene, ho deciso di pubblicarla anche in questo spazio.
La recensione faceva più o meno così:

Le produzioni amatoriali spesso e volentieri offrono materiale poco interessante, se non addirittura ridicolo. Questo libretto ha per sottotitolo un improponibile “Racconti magici in the sky”; leggendolo, e sapendo che si tratta appunto di una autopubblicazione, non è possibile impedirsi di sospettare una qualità tutt’altro che degna della raccolta. Invece dopo aver letto i primi testi mi sono dovuto ricredere.

Il sottotitolo non può che far riferimento a uno sperimentalismo sì dilettantesco, ma non privo di una sua bellezza e, in ogni caso, di una sua intelligenza, ossia una capacità di capire dove è lecito spingersi e dove no per non risultare antiestetici. Perché il titolo si collega a questo sperimentalismo non meno degli stili presenti nei racconti.

Ogni racconto è un universo di possibilità a sé, ogni testo offre un tentativo di andare oltre la banalità espressiva e descrittiva; ma attenzione, l’estetica non è minata da questo tentativo perché, fortunatamente, ogni racconto offre una propria continuità stilistica interna. In altre parole, va bene sperimentare, ma è meglio farlo diluendo i tentativi su più testi, lasciando però gli stili invariati; perché fare altrimenti avrebbe rotto la bontà estetica dei singoli racconti. Non abbiamo il racconto che parte aulico e viene poi abbruttito da una prosa a tratti moderna, giovanilistica e niente affatto armoniosa, tanto per fare un esempio di ipotetico inestetismo stilistico. È in questo mantenersi entro parametri espressivi precisi, con lo scopo di esplorarne le possibilità, che va vista quella capacità (o intelligenza, come suggerivo) di giudizio e buon gusto.

Giudicare i racconti per la sostanza narrativa che offrono, per i fatti che raccontano cioè, passa quasi in secondo piano perché il fulcro del libro, oserei dire il motivo per cui ogni testo è nato (ma presumo che l’autore potrebbe smentirmi), è quello di vedere fino a dove è possibile usare la parola e in che modi fantasiosi è possibile costruire una frase, un paragrafo, un capitolo. Un plauso speciale all’autore quindi, se si considera che, facendo una statistica senza basi (ma plausibile lo stesso, temo), almeno il 99,5% dei dilettanti usa soluzioni espressive scolastiche e banali. Ovvio che qui non tutto è perfetto, in particolare qualche frase risulta poco chiara o non armoniosa, qualche passaggio di punto di vista confuso, ma sono minutaglie che non rovinano la bontà del lavoro, lo sforzo creativo che prepara la penna a opere future migliori e più notevoli.

I racconti proposti sono di generi fantastici, tranne il primo, Un [Il - NdR] ladro queste cose le sa, che si mantiene entro fatti e ambienti realistici; salvo l’ultima frase, [... il super spoiler l'ho eliminato! - NdR] scritta quasi come epitaffio, che ammanta la storia di una certa valenza fiabesca.

Si continua con Sonialuce che, con Matilda danza sulla riva (poco più avanti), è di difficile collocazione tematica, è sfuggente persino allo sforzo di dargli un senso (o forse l’incapacità è solo mia). Posso dire questi due testi poesie in prosa, racconti surreali e onirici, ma non so se farei centro.

Were did you sleep last night è invece un piccolo giallo, ritmato dai versi di una canzone e sapientemente portato alla conclusione, anche se il finale lascia quel retrogusto amaro che si avverte quando ci si trova di fronte un racconto non perfettamente compiuto. Infatti qui scopriamo tutto, chi ha ucciso e perché, ma la storia sembra rimanere in sospeso, sembra mancare di una conclusione vera e propria, risolutiva.

Il colpo perfetto è una storiella surreale e visionaria che ci parla della Perfezione. Testo di sapore vagamente “twilightiano” [spero nel senso di "Ai confini della realtà"! - NdR], è quello che maggiormente indica come l’autore sia alla ricerca di soluzioni nuove e inedite, mischiando fatti reali ad altri inventati, intervallando i paragrafi con diciture strambe come “Primo Pezzetto”, “Secondo Pezzetto” ecc., inserendo avvisi anacronistici che sconsigliano il lettore dal credere veri fatti e personaggi, o portando il lettore dalla viva voce di una segreteria telefonica nel vivo di una partita di pallone amatoriale senza interruzione. Il risultato estetico finale non può che spiazzare perché siamo di fronte a un testo decisamente sopra le righe, anzi fuori.

Si prosegue con Secondo piano Mafessoni, stupefacente perché narrato in prima persona da un accendino usa e getta! Il testo non manca di qualche riflessione sociale, certo formulata dal narratore stesso (il che è quanto dire!), diverte, ed è scritto bene. Peccato solo che la trama si conclude, come nel giallo di pocanzi, in un modo non perfetto, non incisivo. Un altro difettuccio del testo è che l’accendino si lasci fin troppo scopertamente andare agli apprezzamenti per una donna, il che lo umanizza eccessivamente e palesa un difetto nella capacità d’immaginare dell’autore.

Segue Un grande stupore, che ormai considero un piccolo capolavoro. È un racconto frizzante, solare, leggero, e curato, molto bello. Per queste qualità si lascia leggere in un lampo, pur essendo il testo più lungo della raccolta (conta cinquanta pagine precise). La particolarità della storia sono i molti finali, fra cui qualcuno divertente, qualcuno toccante (e per incisività e misura l’ho trovato molto sincero e sentito), qualcuno soprannaturale, o comico… Al lettore la scelta di decidere quale sia quello che più lo convince. Ogni finale è legatissimo ai fatti narrati.

Il suicidio della ragazza dai [bei - NdR] capelli castani, che chiude la raccolta, è invece una gustosa fiaba moderna, davvero impeccabile e bella.

In conclusione un libretto da gustare, ma che ci lascia anche pregustare quello che verrà in futuro. Azzeccate anche le illustrazioni interne, prese con gusto dalla gran varietà d’immagini che offre la Rete.

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Pelicula? Sounds good!

L’ultima volta che parlai di Pelicula erano passati 361 giorni dalla vergatura dell’ultima parola del capitolo 39; da quel giorno sono trascorsi altri 565 giorni, e il capitolo che sto sistemando è il numero 51.
Questo vuol dire un capitolo ogni 47,083p giorni nell’ultimo anno e mezzo, oppure un capitolo ogni tot per un periodo di tot, e poi il profondo niente-di-niente per un altro periodo tot e poi altri tot e altri capitoli in maniera tot casuale e tot inverosimile.
A rigor di logica, la seconda ipotesi è la più plausibile.
Insomma: giuro che ci sto lavorando, e anche se non ci lavoro, lavoro lo stesso!


Questi ultimi capitoli hanno posto solide basi per il finale; da ciò che avevo in mente all’inizio ho sviluppato almeno un altro paio di livelli, e adesso l’idea che ho mi sembra davvero buona, così ho intenzione di sviluppare la parte finale in questo senso.
Non mancheranno le revisioni sul già scritto, ne ho tante in mente e ci dovrò dare dentro: credo fortemente che siano i piccoli particolari a sostenere i grandi temi, e di piccoli particolari da sistemare ne ho un bel po’!
Torno immediatamente al lavoro, ma non prima di gettare nel mucchio questo incomprensibile schemino, che ammetto di aver usato in maniera a dir poco vergognosa in questi famosi tot giorni.
Senza note o giustificazione alcuna, eccolo qua:



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