Voglio riportare un articolo molto acuto di Elisabetta Rasy, pubblicato il giorno prima di ieri sul sito de Il Sole 24 Ore:

La ricetta dei maestri del racconto breveNel 1986 rivolsero a Giorgio Manganelli una domanda «maliziosa, disonesta, intellettualmente losca e improponibile», che suonava così: «Che cosa non è un racconto?», dove davvero losco era quel “non” che imprigionava la risposta. Lo scrittore però non si intimidì e rispose con tutta la sua irruenza di geniale connaisseur della letteratura. Stabilito che persino una ricetta dell’Artusi o la guida del telefono hanno una contorta parentela con tale genere narrativo, l’unica certezza possibile e conclusione accettabile gli parve quella che asseriva una lapalissiana eppure fragile verità: il racconto non è un romanzo. Manganelli naturalmente non si fermò qui, suggerendo per via negativa alcune preziose indicazioni: «Un romanzo si può scrivere solo rinunciando alle minuscole, ripetitive eresie dei racconti; le mostruosità effimere, le frettolose perversioni, gli appunti per un delirio». Perché se «il romanzo è impresa monoteistica», il racconto invece è per sua natura profonda sempre «polimorfo». E questo, potrei aggiungere con tutti gli appassionati del racconto, è la ragione del suo fascino intramontabile attraverso epoche differenti. Non la brevità, non la sobrietà, ma la mutevolezza dei suoi percorsi. Fatta salva un’unica condizione che è meglio riassumere con le parole di uno che se ne intendeva, Raymond Carver: «Adoro il salto rapido che c’è in un buon racconto, l’emozione che spesso ha inizio sin dalla prima frase…».

Questo lo stralcio dell’articolo che mi ha colpito, consiglio comunque a tutti la lettura completa:

Oltre a trovarlo molto acuto, come già detto, propone considerazioni che già ho fatto mie da tempo sulle caratteristiche proprie del racconto breve. Due su tutte: la costante ricerca della perfezione, che nel romanzo risulterebbe inadeguata, e il senso d’indipendenza e di libertà, quando invece in un romanzo si tende a creare un mondo nel quale circoscriversi.
Per quanto riiguarda la prima, una storia lunga è come una maratona: ci si deve saper dosare; un racconto breve invece è un cento metri piani: una botta e muori.
Noto solo ora (ehi, è vero!) che il titolo cita i centometristi, quindi sono sulla stessa lunghezza d’onda dell’articolo anche per quanto riguarda il mondo delle metafore.

Non aggiungo altro, vi lascio perché lo leggiate… solo al mio via, naturalmente!

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1 commento

  1. Sono d’accordo con il tuo discorso su maratoneti e centometristi.

    Aggiungo una piccola considerazione: nel romanzo, dove l’equilibrio è fondamentale, il finale rischia di diventare il punto debole della narrazione. Al contrario nel racconto si sviluppa spesso una sorta di crescendo con il finale come apice e quindi punto di forza.

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