Non è difficile far ridere le persone.

Con gran parte della gente, poi, è sufficiente una pernacchia o una parola oscena (culo!) per scatenarne le risa.
È per questo che non mi sono mai avvicinato al genere umoristico: se una cosa la possono fare tutti c’è di certo qualcuno che la sta già facendo, non aspettano certo me.
Spesso m’è capitato di inserire scene divertenti nei miei lavori, ma non comiche… per intenderci: da sorriso e non da risata; però qualche tempo fa m’era venuto il pallino di scrivere un racconto incentrato sul riso (non cerco doppi sensi). Avevo già qualche buon personaggio e alcune idee ma non mi ci sono mai messo nemmeno lontanamente d’impegno.
Avrei ambito a una comicità intelligente, non alla risata da emissione rumorosa di gas intestinali, invece il lavoro che ho appena terminato, un racconto di sette cartelle, è basato su situazioni e dialoghi inverosimili, bizzarri cambi di registro fra reale e paradossale, battute surreali pronunciate con la faccia di bronzo.
Negozio di musica XYZ è un piccolo esempio di comicità audace, lo voglio sistemare ulteriormente, è ancora poco più di una bozza, ma prendendolo con le giuste proporzioni è un buon lavoro: fa ridere per quello che non dice, per quello che non dovrebbe essere fatto. Fa ridere per quello che uno s’aspetta di trovare ma invece non c’è.
Fa ridere per quello che non ho scritto.
Eppure avanzo la pretesa di qualche merito, avrò potuto?

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