Penna rossaStasera mi faccio le pulci alle bozze! Anzi, alla prima delle tre cui ho diritto per contratto: la casa editrice m’ha inviato una stampa della mia raccolta di poesie che pubblicherà, mio compito quello di segnare gli errori con la penna rossa (così mi hanno scritto).
Problema: non ho nessuna penna rossa. Le penne sono nere, accidenti! E quando si sbaglia non si affondano le scritte in liquame biancastro cementifero! Sempre con la penna nera, si tirano degli scarabocchi coreografici.
Gomme? Roba da vegani. I veri uomini usano le penne a sfera di plastica, possibilmente tutte smangiucchiate e senza tappo. Perché la penna è più forte della spada, se te la ficcano nell’occhio!
Anche nell’era dell’informatica considero fondamentale il contatto fra la sferetta sporca di inchiostro e il foglio di carta. Oggi, che è il futuro, uno dei miei gesti più comuni appuntare una nota sul mio quadernino o su fogliacci volanti (spesso il contenuto delle mie tasche è qualcosa di indecente). Le cose importanti, poi, è indispensabile copiarle in bella: per me e la mia calligrafia ciò significa batterle al compiutter, così anche la remota possibilità che decida di usare una penna di colore diverso dal nero per i titoli (l’ultima volta che l’ho fatto doveva essere il 1989 e mi avevano costretto) se ne va a meretrici.
Alle elementari, quando la maestra chiamava il biro rossa durante i dettati, avevo una tecnica tutta mia per cambiare colore velocissimamente: consisteva nel tener in mano ambedue le biro, e spostarle a turno all’interno del palmo (quella inattiva) e fra pollice indice e medio (quella attiva) con un gioco di dita e gravità. Ovviamente a fine giornata avevo tutte le mani pasticciate, ma era un piccolo prezzo da pagare per quei virtuosismi. Poi ho dismesso i colori e questa mia capacità sovrumana non è più servita a nulla.
Per il momento sto segnando la bozza a matita, quando mi sarò procurato una biro rossa (le affitteranno?) li ripasserò. Adesso ho beccato la più lunga di tutte (È una contraddizione) e, davvero, non mi va di concentrarmi troppo. Ho in me il sonno: proseguirò domani.

— Ryo barba rossa di bozze correggittor

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6 commenti

  1. èi, uomo bozza, per quando deve provvedere nel lavoro? Se le interessa, e desidera un altro paio d’occhi, sarà un piacere prestarle i miei servigi. Si rammenti che l’autore non riesce mai in una vera rilettura. Se le va, mi offro volontario e volonteroso, e ho anche le biro rosse.
    E’ sempre un onore far venire mattina con lei.

  2. Benone, una biro rossa ce l’ho anche io, ora. Preparerò dei caffè.
    Ah, ho anche il rum…

  3. Si faccia dunque come si disse.
    Problema: che giorno?
    Oggi e domani sono saveriano, sabato e domenica sono pasquale, lunedì? Forse anche domenica sera.
    Torna la domanda: per quando le serve il lavoro?

  4. E-e anche che poi tanto io sono più alto vedo gli errori da sopra. Tu, li becchi di sorpresa da sotto.
    (strano prurito alle costole…)

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